martedì 16 dicembre 2008

Underworld

Considerato il capolavoro della narrativa contemporanea americana è senza tanti giri di parole un libro fantastico.
Tutto ruota attorno ad una mitica palla da baseball (cimelio di una storica partita tra Giants e Dodgers) che passando di mano in mano e di propritario in proprietario, attraversa epoche e spazi negli Stati Uniti del dopoguerra.
Si incappa seguendo il suo girovagare in personaggi sconosciuti e in personaggi famosi (come il potente capo dell'FBI J. Edgar Hoover), si passa da una Bronx sempre più degradata a una West Coast che sembra uscita dal più scontato sogno americano.
Le epoche storiche si accavallano attraverso le vicende dei personaggi che le vivono e che in qualche modo risultano legati l'uno all'altro, non solo dal passaggio (a volte fondamentale, a volte solo marginalmente percepibile) della palla da baseball, ma da un sempre presente spettro del rifiuto da trasformare: a mpartire dal pattume generico che uomini brillanti cercano in tutte le maniere di nascondere all'umanità (tanto da alimentare la fantasia di una misteriosa nave da anni in perenne navigazione con il suo carico sconosciuto), fino ai più classici feticci sentimentali o bellici acconciati per diventare opere d'arte.
Un romanzo che racconta la vita quotidiana dell'America del dopoguerra con tutti i suoi miti e le sue paure, le sue dietrologie per assicurarsi il potere e la sua impronta più popolare fondamentalmente imperniata di religione.

Titolo: Underworld
Autore: Don DeLillo
Anno: 1997
Edizione: Super ET Einaudi
Pagine: 880
Prezzo: Euro 15,50

domenica 30 novembre 2008

La Sinistra italiana non è più neanche tendenza culturale

Due sere fa sono andato ad uno degli aperitivi/cene organizzati dal Manifesto per discutere sulla sua sempre più imminente chiusura.
C'erano tutti, dal giornalista del quotidiano, al rappresentante sindacale, al membro di partito, al giovane e ribelle intellettuale di sinistra con il papà altolocato, ai vecchi militanti sempre più sfatti e delusi.
La domanda posta ad inizio della discussione era importante ed azzeccata, soprattutto visto il momento storico che si sta attraversando (in Italia e nel Mondo) e l'evolversi dei mezzi di informazione (o meglio dei modi con cui si può accedere alle informazioni): ha ancora senso oggi un quotidiano come il Manifesto?
Inizio col dare la mia risposta: naturalmente sì. Il Manifesto è un giornale sotto molti aspetti complesso e di non facile lettura (soprattutto se lo si paragona ai due maggiori quotidiani italiani o alla nuova gossippara Unità), ma capace di esprimere sempre idee e concetti spiazzanti, in grado di generare discussione. Questo d'altra parte è l'unico mezzo di generare e far circolare cultura ed è per questo che la sua esistenza non deve essere messa in discussione; ripensarlo forse nel suo formato, valutando forse la possibilità di una pubblicazione solo on-line (se già il Times con la sua tiratura pensa di farlo ci sarà un motivo!?), tanto più che, tra i dati forniti dal giornalista presente, sembra che i maggiori lettori siano i "giovani" che, tendenzialmente, già ne utilizzano principalmente la versione telematica. Infine, poi, pur essendo "Quotidiano Comunista" si è sempre chiamato fuori da beghe di partito o schieramento "a prescindere", rimanendo indipendente quel che basta per averne sempre fatto un punto di riferimento per il mondo della Sinistra, con tutto il valore storico, culturale e politico che questo ha voluto dire e che lo ha reso un pezzo importante della recente storia italiana. Corretta o meno questa è la mia opinione, ed è in sostanza la linea di condotta su cui mi immaginavo sarebbe scivolata la serata.
Come è andata la serata: ognuno ha fatto la propria sparata completamente avulsa dal contesto, con il sindacalista che tentava di tessere le lodi di un sindacato che sempre e comunque difende i diritti dei lavoratori (a tempo indeterminato naturalmente e ancor più se dipendenti statali) e si scandalizzava (senza farsi qualche minima fondamentale domanda in proposito) perchè vede moltissimi giovani alle manifestazioni dei vari movimenti e nessuno alle sue riunioni; una militante che si è stufata dell'Arcobaleno (...ma esiste ancora....); un membro di partito secondo cui il manifesto può sopravvivere solo innescando il meccanismo per la riconstruzione della Sinistra (...ma è un quotidiano o una costituente....), barcamenandosi in maniera abbastanza goffa tra il sottolineare l'indipendenza che il quotidiano ha sempre avuto e il fatto che però come giornale di partito i fondi in una maniera o nell'altra non mancherebbero mai. La ciliegina sulla torta è stata poi l'uscita di un'altra militante che indignata non capiva come come sempre i giovani dei movimenti ostinino a definirsi apolitici (....bah se la serata è una finestra di politica come dare loro torto d'altra parte...).
Alla fine di tutto, però, la cosa più sconcertante è stata la reazione del giornalista del Manifesto: assolutamente d'accordo con tutto ciò che i sopracitati hanno detto, anzi alimentando in quel senso la discussione.
Conclusione della serata: il contributo per il sostegno al giornale l'ho dato perchè la libertà di stampa è sacrosanta, ma mai più leggerò il Manifesto!
Direi quindi un ottimo risultato in un momento in cui appunto la Sinistra italiana si rivela non più neanche tendenza culturale, ma solo un inutile blabla senza senso scevro da ogni possibile contestualizzazione.

sabato 15 novembre 2008

Lenore - Piccole Ossa

L'altro giorno ho fatto una casuale quanto piacevole scoperta in libreria: per curiosità mi sono avventurato nel reparto dedicato ai fumetti e sono incappato in Lenore.
Personaggio creato nel 1992 da Roman Dirge inizialmente come riempitivo per la sua rivista underground Xenophobe (chiusa dopo soli sei numeri), poi per la decisamente più famosa Slave Labor Graphics, Lenore è il fumetto indipendente più conosciuto degli Stati Uniti, tanto da aver ispirato Tim Burton e da aver fatto dire a Caroline Thompson (sceneggiatrice di "Nightmare before Christmas" e "La Famiglia Addams"): "Il mio più grande desiderio? Essere come Lenore".
Lenore è una bambina piccola, tenera, buffa, con occhioni grandi, peccato che sia irrimediabilmente morta (non che lafaccenda la disturbi in maniera particolare).
Ha dei fermacapelli a forma di teschio e nel suo agire dimostra tutta la sua innocenza, ma anche tutta la sua diabolicità, come dimostra il fatto di continuare a picchiare e avvelenare senza remore il suo pseudo fidanzato (Mr. Gosh) che da sempre tenta inutilmente di dichiararle il proprio amore. Suo grande amico invece è un vampiro trasformato in pupazzo di pezza, in maniera che non morda, con cui è in grado di fare qualsiasi cosa, dall'uccidere il coniglietto pasquale a salvare la terra dalla terribile cosa che veniva dal vasino dei grandi.
Nel fumetto, poi, alle avventure di Lenore si affiancano altre piccole storie parecchio macabre e altrettanto surreali, in una grafica un po' contorta e un po' perversa.
Attraverso Lenore si intuisce come ciò che anima questo fantoccio è ciò che sta nel profondo del cuore degli uomini: sei decimi di buone intenzione, spesso guidati da tre decimi di perfida cattiveria, il tutto tenuto insieme alla bellemeglio da un decimo di timidezza e finta ingenuità.
Per ora ho trovato solo il primo volume della serie, ma spero al più presto di poter incappare anche negli altri, per poter meglio sprofondare nel personale inferno di questa dolce bambina che gioca con topi bruciati e ragazzini vivisezionati e il cui nome è stato ispirato da uno splendido (quanto appunto macabro racconto di Edgar Allan Poe).

Titolo: Lenore - piccole ossa (Lenore Wedgies)
Autore: Roman Dirge
Editore: Slave Labor Graphics
Anno: 1999
Edizione Italiana: Elliot Edizioni srl, 2007
Prezzo: Euro 10

mercoledì 5 novembre 2008

Yes He Can

E così le elezioni americane 2008 sono finite nel modo migliore, ovvero con l'elezione del primo presidente afro-americano!
Come un nostro amico che ora vive a San Francisco ci ha scritto, molto probabilmente qui in Europa non riusciamo a renderci perfettamente conto della portata di ciò che è avvenuto dall'altra parte dell'Atlantico, ma sicuramente è già molto: la parola "cambiamento" cosa può portare dentro di sè più di un giovane nero che varca per la prima volta nella storia la soglia della Casa Bianca e si accinge a governare una nazione in cui la discriminazione è palpabile e presente in ogni angolo? Davvero non mi viene in mente niente!
Ancora più anacronistico appare quindi l'avere Berlusconi come presidente del Consiglio, circondato da una ciurma talmente mal in arnese da permettere ad un suo membro (Gasparri) di poter affermare che Al Qaeda sarà felice dell'elezione di Obama.
Basta tristezze e rallegriamoci e cosa c'è di meglio per farlo se non ascoltare il discorso di Obama a Chicago subito dopo l'elezione (visualizzabile sotto) e gustarci la prima pagina del Manifesto di oggi!!!!!


giovedì 16 ottobre 2008

Ossimori ed eufemismi per tirare avanti

Da "La Lingua Italiana - una grammatica completa e rigorosa - Zanichelli":
OSSIMORO: figura retorica che consiste nell'accostare parole di significato contrario; è quindi una particolare forma di antitesi, in cui i due termini contradditori sono associati in un'unica espressione.
EUFEMISMO: figura retorica che consiste nel sostituire un'espressione troppo cruda o realistica con un'altra equivalente ma attenuata.
La società contemporanea, e in particolare quella italiana, mi pare si stia sempre più radicando nell'ossimoro e nell'eufemismo per spiegare tutto ciò che pensa e tutto ciò che fa (non necessariamente in questo ordine, se non addirittura ben volentieri lasciando perdere il primo passaggio).
L'ultimo provvedimento in ordine di tempo del Governo (la parola "nostro" mi fa partire dei brividi lungo la schiena paragonabili solo a quelli che mi scatena la pubblicità di un noto dentifricio in cui si morsica una mela verde) è l'approvazione dell'iniziativa del leghista Cota di creare delle classi ponte per gli studenti extracomunitari.
Questo vuol dire che i piccoli figli di migranti prima di iscriversi alla scuola dell'obbligo italiana dovranno superare un test di ammissione: se non lo supereranno verranno inseriti in classi ad hoc per imparare l'italiano e solo dopo, una volta superato il fatidico test, potranno frequentare le classi normali. E' un provvedimento a dir poco oltraggioso e pericoloso, perchè non fa niente altro che istituire le basi per un apartheid scolastico tra i figli degli stranieri immigrati in Italia e i figli degli italiani, trai bravi da una parte e chi non riesce a stare al passo con gli altri dall'altro.
Quindi ecco che entrano in gioco l'ossimoro e l'eufemismo governativo: dopo la "guerra umanitaria" arrivano le "classi di inserimento" in un contesto (come ha dichiarato uno dei firmatari del provvedimento) di "politica di discriminazione transitoria positiva"......a quando i "pestaggi salutari"?

giovedì 9 ottobre 2008

Un provvedimento del Governo Berlusconi di cui quasi nessuno si è accorto

Oggi su Repubblica on line è apparso un articolo di Liana Milella che informa dell'inchiesta fatta dalla Gabanelli e da Report (da chi altro se no) su un presunto decreto salva-Alitalia che alla fine porterebbe alla soluzione dei casi Cirio, Parmalat e quant'altro, naturalmente senza alcuna condanna per i top-manager coinvolti (a Tanzi nei giorni scorsi erano stati richiesti dal PM 14 anni di reclusione per il crac della sua azienda).
Al Senato tutto è già passato il 2 di Ottobre scorso e si è in attesa del passaggio alla Camera: ma l'opposizione e il "governo ombra" non se ne sono accorti? cosa erano impegnati a fare di tanto importante da lasciarsi sfuggire una manovra che porta scritto a lettere cubitali il marchio di "legge ad personam berlusconi style"?
Forse sarebbe meglio giocare meno con lo scandalo dei grembiulini e del sette in condotta (perchè alla fine lo sdegno e l'opposizione si limita a questo) e semplicemente fare il proprio mestiere con dignità e un certo qual amor proprio. Che schifo!!!!!

Da Repubblica on line del 09/10/2008, articolo di Liana Milella
Il governo salva Geronzi
Tanzi e Cragnotti
Un'altra? Sì, un'altra. E per chi stavolta? Ma per Cesare Geronzi, il presidente di Mediobanca negli impicci giudiziari per via dei crac Parmalat e Cirio. La fabbrica permanente delle leggi ad personam, col marchio di fedeltà del governo Berlusconi, ne produce un'altra, infilata nelle pieghe della legge di conversione del decreto Alitalia. Non se ne accorge nessuno, dell'opposizione s'intende, quando il 2 ottobre passa al Senato. Eppure, come già si scrivono i magistrati nelle maling list, si tratta d'una "bomba atomica" destinata a far saltare per aria a ripetizione non solo i vecchi processi per bancarotta fraudolenta, ma a bloccare quelli futuri.
Con un semplice, e in vero anche mal scritto, articolo 7bis che modifica la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942. L'emendamento dice che per essere perseguiti penalmente per una mala gestione aziendale è necessario che l'impresa si trovi in stato di fallimento.
Se invece è guidata da un commissario, e magari va anche bene come nel caso della Parmalat, nessun pubblico ministero potrà mettere sotto processo chi ha determinato la crisi. Se finora lo stato d'insolvenza era equiparato all'amministrazione controllata e al fallimento, in futuro, se la legge dovesse passare com'è uscita dal Senato, non sarà più così. I cattivi manager, contro cui tutti tuonano, verranno salvati se l'impresa non sarà definitivamente fallita.
Addio ai processi Parmalat e Cirio. In salvo Tanzi e Cragnotti. Salvacondotto per l'ex presidente di Capitalia Geronzi. Colpo di spugna anche per scandali di minore portata come quello di Giacomelli, della Eldo, di Postalmarket. Tutto grazie ad Alitalia e al decreto del 28 agosto fatto apposta per evitarne il fallimento. Firmato da Berlusconi, Tremonti, Scajola, Sacconi, Matteoli. Emendato dai due relatori al Senato, entrambi Pdl, Cicolani e Paravia. Pronto per essere discusso e approvato martedì prossimo dalla Camera senza che l'opposizione batta un colpo.
Ma ecco che una giornalista se ne accorge. È Milena Gabanelli, l'autrice di Report, la trasmissione d'inchieste in onda la domenica sera su Rai3. Lavora su Alitalia, ricostruisce dieci mesi di trattative, intervista con Giovanna Boursier il commissario Augusto Fantozzi, gli chiede se è riuscito a garantirsi "una manleva", un salvacondotto per eventuali inchieste giudiziarie. Lui risponde sicuro: "No, io non ho nessuna manleva".
Ma quel 7bis dimostra il contrario. Report ascolta magistrati autorevoli, specializzati in inchieste economiche. Come Giuseppe Cascini, segretario dell'Anm e pm romano dei casi Ricucci, Coppola, Bnl. Il suo giudizio è senza scampo. Eccolo: "Se la norma verrà approvata non saranno più perseguibili i reati di bancarotta commessi da tutti i precedenti amministratori di Alitalia, ma neppure quelli compiuti da altri manager di società per cui c'è stata la dichiarazione d'insolvenza non seguita dal fallimento".
Cascini cita i casi: "Per i crac Cirio e Parmalat c'è stata la dichiarazione d'insolvenza, ma senza il fallimento. Il risultato è l'abrogazione dei reati fallimentari commessi da Tanzi, Cagnotti, dai correi". Non basta. "Subito dovrà essere pronunciata sentenza di assoluzione perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato per tutti gli imputati, inclusi i rappresentanti delle banche".
Siamo arrivati a Geronzi. Chiede la Gabanelli a Cascini: "Ma la norma vale anche per lui?". Lapidaria la risposta: "Ovviamente sì". Le toghe s'allarmano, i timori serpeggiano nelle mailing-list. Come in quella dei civilisti, Civil-net, dove Pasquale Liccardo scrive: "Ho letto la nuova Marzano. Aspetto notizie sulla nuova condizione di punibilità che inciderà non solo sui processi futuri ma anche su quelli in corso". Nessun dubbio sulla portata generale della norma. Per certo non riguarderà la sola Alitalia, ma tutte le imprese.
Vediamolo questo 7bis, così titolato: "Applicabilità delle disposizioni penali della legge fallimentare". Stabilisce: "Le dichiarazioni dello stato di insolvenza sono equiparate alla dichiarazione di fallimento solo nell'ipotesi in cui intervenga una conversione dell'amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell'ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell'ammissione alla procedura".
La scrittura è cattiva, ma l'obiettivo chiaro: finora i manager delle grandi imprese finivano sotto processo per bancarotta a partire dalla sola dichiarazione d'insolvenza. Invece, se il 7bis passa, l'azione penale resterà sospesa fino a un futuro, e del tutto incerto, fallimento definitivo. Commentano le toghe: "Una moratoria sine die, un nuovo colpo di spugna, una mano di biacca sulle responsabilità dei grandi manager le cui imprese sono state salvate solo grazie alla mano pubblica". Con un assurdo plateale, come per Parmalat. S'interromperà solo perché il commissario Bondi evita il fallimento.
Ma che la salva Geronzi sia costituzionale è tutto da vedere. Gli esperti già vedono violati il principio d'uguaglianza e quello di ragionevolezza. Il primo perché la norma determina un'evidente disparità di trattamento tra i poveri Cristi che non accedono alla Marzano, falliscono, e finiscono sotto processo, e i grandi amministratori. Il secondo perché l'esercizio dell'azione penale dipende solo dalla capacità del commissario di gestire l'azienda in crisi. Se la salva, salva pure l'ex amministratore; se fallisce, parte il processo. Vedremo se Berlusconi andrà avanti sfidando ancora la Consulta.

mercoledì 8 ottobre 2008

L'acceleratore spiegato a tutti

Spulciando a destra e a sinistra ho trovato un articolo molto bello di Valerie Jamieson su New Scientist che fornisce delle risposte davvero chiare su che cosa stanno facendo gli scienziati del Cern: come funziona il Large Hadron Collider (LHC), a cosa serve far scontrare le particelle, cos'è il Bosone di Higgs, ecc....ecc...; lo so che si è già rotto e ripartirà forse non prima del prossimo gennaio 2009, ma perchè non chiarirci (-mi soprattutto) le idee in attesa che tutto riprenda? Ho deciso quindi di estrapolarne le informazioni più importanti.
LO SCOPO: Lo scopo per cui è stato construito l'LHC (l'accelatore di particelle più importante del mondo) è quello di rispondere a tre domande fondamentali sull'universo: qual'è l'origine della massa, di che cosa è fatta la materia oscura, perchè siamo fatti di materia anzichè di antimateria.
COME FUNZIONA: L'accelatore fa viaggiare protoni al 99,9999991% della velocità della luce in un tunnel circolare di 27 km, facendoli scontrare, e quindi generare energia, in quattro precisi punti dell'anello ognuno predisposto per eseguire una serie di esperimenti.
A COSA SERVE L'ENERGIA CHE SI PRODUCE: L'energia prodotta dalla collisione è di 14 TeV - tetraelettronvolt (di per sè non particolarmente elevata se si pensa che il volo di una zanzara genera circa 1 TeV di energia cinetica) ma, e questa è la particolarità, tutta concentrata in un punto mille miliardi di volte più piccolo di un granello di polvere (questa concentrazione così elevata di energia potrà creare condizioni simili a quelle presenti tra i 10 e 25 secondi dopo il big bang, ovvero subito dopo la comparsa delle particelle e delle forze che hanno creato l'universo). Tutta questa energia dovrebbe permettere di generare per la prima volta in laboratorio particelle massive, come il bosone di Higgs, e permettere di cercare segni di una teorica supersimmetria; elementi che per ora hanno solide fondamenta, ma solo teoriche.
IL BOSONE DI HIGGS: la particella che dà la massa ad altre particelle.
LA SUPERSIMMETRIA: prevede che ogni particella consociuta abbia un partner pesante, per cui si cerca la particella supersimmetrica superleggera che sarebbe una candidata promettente per la materia oscura, ovvero l'entità invisibile che dovrebbe costituire il 95% circa della massa dell'universo.
GLI ESPERIMENTI: nei quattro punti di collisione ci sono quattro giganteschi rilevatori (Atlas, Cms, Lhcb, Alice). Atlas e Csm serviranno a cercare qualsiasi tipo di particella generata dalla collisione. Lhcb è stato progettato per studiare i mesoni B, che potrebbero rivelare differenze sottili tra la materia e l'antimateria. Alice entrerà in funzione quando si sostituiranno per qualche settimana i protoni con ioni di piombo: gli scontri tra questi dovrebbero generare temperature centomila volte maggiori di quelle che si generano al centro del Sole, quindi calde abbastanza da rivelare un nuovo stato della materaia chiamato plasma di quark e gluoni (i fisici sperano, studiandolo, di capire come i quark e i gluonidel big bang si siano condensati nei protoni e dei neutroni che si vedono oggi).
LE PERPLESSITA': molte persone pensano che si possano generare buchi neri microscopici in grado di inghiottire la Terra: secondo i fisici del Cern è un rischio prossimo allo zero, e anche se dovesse succede questi buchi neri, secondo un processo descritto da Stephen Hawking, dovrebbero volatilizzarsi in 10-26 secondi. E se anche Hawking si dovesse sbagliare i fisici fanno notare che che i raggi cosmici nello spazio hanno energie più elevate e si sono scontrati con i pianeti del sistema solare per miliardi di anni, eppure nessun buco nero ha inghiottito Giove o Saturno.

lunedì 6 ottobre 2008

Un parere datato sulla scuola che si vuole creare

L'11 febbraio 1950 al III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn) con sede a Roma Piero Calamandrei tenne un discorso che qui riporto integralmente e che non ha bisogno di alcun commento, anche solo per il fatto che in maniera tanto inquietante può rispondere a molti dei quesiti che le persone si pongono (a 58 anni di distanza) sul perchè si voglia così cambiare la scuola:
"Facciamo lipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Sllora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora il partito dominante segue un'altra strada (è tutta una ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perchè in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di stato. lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. dare alle scuole private denaro pubblico".

giovedì 2 ottobre 2008

Sayonara, gangsters

Inizialmente è stata la copertina a incuriosirmi, poi un intero mondo nuovo mi si è aperto davanti.
Autore a me sconosciuto e di cui non sono riuscito a trovare che poche informazioni sembra essere uno dei più significativi rappresentanti del postmodernismo giapponese: movimento letterario che mette insieme nuovi tipi di linguaggio e di struttura narrativa mutuate dalla cultura pop e dai manga.
In un futuro non ben definito il regalo più grande che due amanti si possono fare è regalarsi un nome, così lui diventa Sayonara Gangster e lei Song Book: insieme al loro gatto Enrico IV, gran bevitore di latte e vodka, attraversano una realtà allucinata che sembra uscita dal peggior viaggio onirico di William Burroughs.
Lui insegnante in una scuola di poesia si dovrà confrontare con l'esimio poeta Virgilio trasformatosi in frigorifero e intraprendere una strenua difesa della lingua degli uomini con un alieno proveniente da Giove in vacanza studio sulla Terra; lei invece si scoprirà essere il membro di una spietata banda di gagsters (composta tra gli altri da Gangster Bello, Gangster Muto e Gagster Grasso) che ingaggerà un apocalittico scontro a fuoco con la polizia.
Un turbinio di parole, immagini, descrizioni, fumetti, musica jazz e rock, poesia, narrativa dal ritmo indiavolato e traboccante di divertimento.
Un romanzo "sperimentale" che mi ha conquistato dalla prima all'ultima pagina, difficile da definire ma sicuramente da gustarsi tutto d'un fiato.

Titolo: Sayonara, gangsters - Sayonara, gyangutachi
Autore: Takahashi Gen'ichiro
Anno: 1985
Edizione: BUR scrittori contemporanei original, 2008
Pagine: 360
Prezzo: Euro 10,50

martedì 23 settembre 2008

La finestra rotta

Ebbene sì, lo devo ammettere: dopo la delusione per un libro su cui nutrivo tante aspettative (e di cui mai rivelerò, nemmeno sotto tortura, il titolo), ho deciso di rifugiarmi nella lettura sicura di un thrillerone best-seller.
La scelta è caduta sull'ultimo di Jeffery Deaver e devo dire che, nonostante le mie titubanze iniziali, ne sono rimasto soddisfatto.
La struttura è quella del thriller classico: un serial killer spietato, un coppia di detective geniali (Lincoln Rhyme e Amelia Sachs del famosissimo "Collezionista di Ossa"), colpi di scena come se piovesse, il finale che chiude positivamente il caso ma apre uno spiraglio per far intuire quale sarà il soggetto del prossimo romanzo.
In sostanza Arthur Rhyme (cugini del celeberrimo) viene arrestato per omicidio, le prove trovate sulla scena del delitto e sulla macchina del sospettato sono indiscutibili, ma il nostro impareggiabile genio della Crime Scene scopre l'arcano della montatura e riesce a capire che dietro a questo crimine, così come a molti altri per cui il colpevolo era già stato trovato, si cela un serial killer dal potere apparentemente infinito: non si sa come ma riesce a sapere tutto delle sue vittime.
Inizia così una caccia all'uomo, in cui i ruoli di gatto e di topo si invertono periodicamente, sullo sfondo di una società sempre più spiata da ditte di data mining capaci di scrutare nell'intimità delle persone per capirne i gusto e prevederne le scelte (non a caso negli incipit dei vari capitoli viene spesso richiamato 1984 di Orwell).
L'autore non è sicuramente un genio della letteratura mondiale, ma sicuramente un ottimo mestierante capace di confezionare una trama avvincente che riesce a mantenere alta l'attenzione e la tensione del lettore per più di 500 pagine: un romanzo da non sottovalutare per passare il classico pomeriggio domenicale in casa con una tazza di cioccolata calda, quando fuori il tempo è freddo e buio.

Titolo: La finestra rotta - The broken window
Autore: Jeffery Deaver
Anno: 2008
Edizione: Rizzoli romanzo
Pagine: 563
Prezzo: Euro 21,50

martedì 16 settembre 2008

La morte di David Foster Wallace

Questa è la notizia dura e cruda: il 12 settembre 2008 alle ore 21:30 lo scrittore statunitense David Foster Wallace è stato trovato dalla moglie morto impiccato nella loro casa di Claremont nel sud della California, aveva 46 anni.
Uno scrittore che da subito ho inserito nella categoria dei "più grandi", dal talento incommensurabile tanto da poterlo definire il più grande scrittore vivente!
Lo shock è stato immenso, tanto più dopo che, quasi a sbeffeggio, avevo deciso la settimana prima di utilizzare questo blog per ripercorrere le tappe del suo capolavoro (Infinite Jest) facilitando la lettura di questo IMMENSO romanzo che lo ha consacrato al mondo intero.
Più ci penso più l'iniziale tentazione di lasciare perdere tutto si dissolve progressivamente, lasciando spazio alla sempre più crescente voglia di riprendere in mano il libro, soprattutto ora che anche nella realtà virtuale la notizia è stata assimilata e rielaborata (se guardate su Wikipedia, sia in italiano che in inglese, la pagina dedicata all'autore è stata modificata).
Nessuno potrà mai sapere il motivo che lo ha spinto a questo per cui è del tutto inutile anche solo porsi la domanda, per cui vorrei semplicemente chiudere con una citazione proprio da Infinite Jest:
“La persona che ha una così detta «depressione psicotica» e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia» o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme”.

mercoledì 10 settembre 2008

Walden ovvero vita nei boschi

Nel luglio del 1845 Henry D. Thoreau, uno tra i più grandi filosofi americani e sicuramente il più sottovalutato, lasciava la sua casa di Concord - Massachussets per andare a vivere sulle rive del vicino lago Walden in una capanna costruita quasi interamente con le proprie mani.
Lo scopo dell'esperimento (durato due anni e due mesi) era quello di ritornare ad un contatto più intimo con la natura, rifiutando gli ideali capitalistici e industriali che sempre più, secondo l'autore, stavano disumanizzando i suoi concittadini.
Per tutto il tempo visse di ciò che riusciva a procurarsi con le proprie mani, dai fagioli coltivati davanti alla capanna all'occasionale pesce catturato nel lago, con sporadici ritorni alla realtà cittadina, immerso in una natura fatta di boschi, di profumi, di rumori e di occasionali incontri.
Tutto questo è diventato un libro che ha necessitato di ben sette diverse stesure prima di essere pubblicato, perchè da semplice esperimento ha assunto sempre più importati caratteri politici e sociali: era una vera e propria scelta di "disobbedienza civile" verso gli ideali meracntilistici della sua epoca.
<<.... Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto......Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e metter poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.....>>.
<<.... Per quanto misera sia la vostra vita affrontatela e vivetela; non evitatela, nè insultatela. Essa non è cattiva come voi......Amate la vostra vita, per quanto povera essa sia!....Datemi la verità, invece che amore, danaro o fama. Sedetti a un atavola di cibo ricco, vino abbondante e servi ossequiosi, ma alla quale mancavano la sicerità e la verità; partii affamato da quel desco inospitale...>>.

Titolo: Walden ovvero vita nei boschi
Autore: Henry D. Thoreau
Anno: 1854
Edizione: BUR Classici Moderni 2006
Pagine: 410
Prezzo: Euro 9,20

lunedì 1 settembre 2008

L'articolo di Furio Colombo, il nuovo direttore de L'Unità e la situazione politica italiana

Riporto di seguito l'articolo di Furio Colombo scritto qualche giorno fa, che fa un po' il punto sulla situazione politica attuale (nazionale e internazionale) partendo dalla scelta del nuovo direttore de L'Unità; più lucido del solito e spietato soprattutto con questo siparietto politico nostrano degno dell'italietta più becera:

<<L’Unità
cambia. Uno non può sapere che cosa viene dopo, ma questa è la normale condizione umana. Sappiamo quello che è successo prima, lo abbiamo letto nell’editoriale di Padellaro e nel comunicato dell’Editore.

Molti diranno grazie a Padellaro (io lo faccio di cuore) con l’amicizia solidale di tutti questi anni, da l’Unità morta alla sua clamorosa rinascita e tenuta, unica nella storia dell’editoria, unico il lavoro che Padellaro, prima insieme, poi da solo (e con tutta la redazione, la più straordinaria che avremmo mai sognato di trovare in un giornale che era stato dichiarato finito) ha saputo fare. E noi - Padellaro e io - siamo fra coloro che danno il benvenuto e un augurio davvero sentito al nuovo direttore Concita De Gregorio.

A coloro che, amando o stimando questo giornale, si domandano che cosa sta succedendo e perché, cerco di offrire una interpretazione che a me sembra corretta della vicenda: sono due storie diverse. Una è l’arrivo di una nuova solida proprietà e l’arrivo, contestuale, della nuova direzione. Bene arrivata. L’altra è l’uscita di Antonio Padellaro, voluta come se fosse una necessità. Quale necessità? E motivata come? Qui c’è uno spazio vuoto. Il giornale non era in pericolo e non versa in cattive acque. La redazione è tutta al suo posto e lavora bene. C’è un grado di armonia e di solidarietà raro nei giornali italiani. Allora? Allora c’è tutto per far bene, passato, redazione, firme, rapporti internazionali. Abbiamo riaperto una storia che sembrava finita, abbiamo fatto diventare questo giornale un luogo piuttosto vivace.

Ripeto, i percorsi sono due, è bene non confonderli. Arriva un nuovo direttore e, garantisce il suo passato, farà bene. Ma quale è la ragione per cui è stato detto arrivederci e grazie al direttore che ha tenuto ben ferma in questi anni la rotta difficile e felice di questo giornale di opposizione? Non è rispettoso, e neppure ragionevole, immaginare che tutto ciò accada affinché il giornale non sia più di opposizione. E sarebbe altrettanto azzardato affermare che farà una opposizione diversa. Quante opposizioni ci sono?

Ma se qualcuna di queste ombre avesse anche una minima consistenza, come non nutrire il sospetto (vedete come è mite la parola) che alcuni di noi siano parte del problema, e non della soluzione del problema, se il problema è davvero l’opposizione?

C’è un’altra questione. Berlusconi e il suo potere mediatico totalitario sono sempre sul fondo di ogni questione italiana, specialmente se riguarda l’informazione. Però non è Berlusconi ad aver detto «grazie, Padellaro, va bene così». E anche «grazie, Unità, ma sempre la stessa musica ci ha stufato». Mi sembra più ragionevole pensare che tutto ciò sia nato nell’ambito del Partito Democratico. Si sentiva sfasato rispetto all’Unità (o, viceversa, «un giornale che non ci rappresenta»)? Se è così il problema che ha di fronte a sé il nuovo direttore non è facilissimo: fare una cosa che non è il Foglio, che non è il Riformista, che non è Europa, che non è l’Unità di adesso, e, ovviamente, non è né il manifestoLiberazione. Auguri, davvero.

Ma se è così, resta da spiegare tutto questo silenzio nell'ambito del Pd. Quale sarà stata la ragione, discrezione, cautela, segretezza, a consigliare di non dire una sola parola ad alcuno degli interessati, compresi quelli che, come me, sono lì a un passo, in Parlamento?

Come vedete, nessuna di queste questioni riguarda la persona cui tocca il nuovo mandato. Ma se questo fosse un giornale a fumetti, si vedrebbe un fumetto grande come una casa con un vistoso punto interrogativo sulla testa. Spiace non sapere dove indirizzare la domanda. Ma più ci si pensa e più sei costretto a inquadrarla dentro la storia del Pd (anche il Pd comincia ad avere una storia), non dell’editore.

Forse uno spunto di ottimismo potrebbe essere questo: finalmente il Pd comincia a prendere decisioni. Forse non è la prima decisione che dodici milioni di italiani che hanno votato centrosinistra si aspettavano, mandare a casa Padellaro, e con lui, fatalmente, qualche firma della Unità rinata, della serie rifondata dopo la fondazione di Gramsci. A questo punto non resta che vedere come la situazione si ambienterà con le altre decisioni del prossimo futuro. Qual è la linea del più grande partito di opposizione che più si armonizza con questo deliberato e netto gesto di «discontinuità» (per usare una delle parole chiave della politica. L’altra sarebbe, se Padellaro ed io parlassimo politichese, chiederci - come Chiamparino - «ma noi siamo una risorsa?»)?

Certo il momento è strano. Ti muovi in un paesaggio da fantascienza popolato di mutanti. A Milano il più importante simbolo istituzionale del Pd, il presidente della Provincia Penati, improvvisamente dichiara: «Con la Lega Nord è possibile fare un lavoro importante per Milano». E noi che pensavamo che la Lega Nord fosse impegnata soprattutto a sfrattare le Moschee e a proibire luoghi di preghiera per gli immigrati islamici. A Firenze la prima Festa Nazionale del Partito Democratico è dedicata a Bossi, Tremonti, Bondi, Fini, Matteoli, Frattini, Maroni. Praticamente tutto il governo che già domina tutte le televisioni. Prima di giudicare il senso politico c’è da domandarsi, in senso elementare e prepolitico: perché? Una Festa di partito costa, e costa ancora di più per un partito lontano dal potere e dai benefici del potere. Perché il nostro ospite d’onore deve essere Bossi, invece del giovane angolano picchiato a sangue da un branco di ragazzi italiani a Genova? Perché dobbiamo festeggiare Tremonti invece di ascoltare il macchinista delle Ferrovie dello Stato licenziato per avere fatto sapere che il treno Eurostar che stava manovrando, si è spezzato (e per fortuna non c’erano passeggeri)? Perché invitare Maroni invece di Xavian Santino Spinelli, il Rom italiano docente universitario, che rappresenta la sua gente (dunque anche la nostra: i Rom sono in buona parte italiani), ma rappresenta soprattutto i bambini forzati al trauma delle impronte digitali? Perché tutti in piedi per Frattini invece di accogliere cittadini osseti e georgiani, testimoni di una breve, sporca guerra di cui ancora sappiamo nulla, se non che uno dei protagonisti spietati, Putin, è il miglior amico di Berlusconi? Perché avere sul palco Matteoli invece dei lavoratori dell’Alitalia, che avrebbero dato voce alla paura del loro futuro, reso ormai quasi impossibile dalla falsa promessa (capitali italiani, forse anche capitali dei suoi figli) del candidato Berlusconi?
Ma la danza dei mutanti continua. Mi devo rendere conto che il maggiore partito di opposizione, di cui sono parte, produce tutto in casa, con una autonomia che sarebbe sorprendente se non fosse come un autobus che salta la fermata lasciando a terra la folla dei viaggiatori in attesa. Il più grande partito di opposizione produce da solo il dialogo, benché Berlusconi attraversi la scena pronunciando frasi altezzose e insultanti. Benché alzi ogni giorno il prezzo di un ambito contatto con lui. Il Pd produce da solo una cordiale collaborazione con la Lega, nonostante la caccia agli immigrati, il reato di clandestinità, le botte ai «negri», l’orina di maiale (iniziativa di Calderoli) sul terreno in cui si doveva costruire una Moschea, la proclamazione fatta da Borghezio - in occasione delle Olimpiadi - della superiorità della razza padana (parlava della nuotatrice Pellegrini come di una mucca). Invita e festeggia Bossi proprio quando lui dice (ripetendo con sempre maggiore frequenza la minaccia): «O si fa il federalismo come dico io o il popolo passerà alla maniere spicce».

Produce da solo una certa ostilità verso giudici, una denuncia quasi quotidiana del «giustizialismo» (sarebbero coloro che sostengono il diritto dei giudici di non essere insultati e di non essere costretti al silenzio). Dice Luciano Violante a La Stampa (22 agosto) che i magistrati «conducono una battaglia di solo potere». Sono gli stessi magistrati definiti «dementi» dal primo governo Berlusconi e «cloaca» dal presente titolare di Palazzo Chigi. Ma a quanto pare la volontà di dialogo supera questi dettagli. Si forma una cultura che trova normale lo «stato di emergenza» che ha indotto a far presidiare le strade delle città italiane dai soldati come se fossero in Pakistan, trova normale che Berlusconi si vanti di avere parlato 40 minuti con Putin senza far sapere al Paese o almeno al Parlamento una sola parola di quel suo dialogo (finalmente dialoga con qualcuno). E trova normale che - mentre scoppia la guerra in Georgia che potrebbe contrapporre Stati Uniti e Russia, Nato e impero di Putin (e di Sardegna)- il ministro degli Esteri resti in vacanza mentre i suoi colleghi europei si incontrano in una riunione di emergenza. O forse è stato un grande, scoperto favore all’amico Putin (dimostrare che la crisi non era così grave), tanto è vero che il ministro Frattini riferirà al Parlamento (Commissioni estere Camera e Senato) soltanto il 24 agosto, dopo avere partecipato alla Festa del Partito democratico come ospite d’onore. Si forma una cultura, abbiamo detto, fatta di buone maniere e di acquiescenza al governo, sia pubblico (Berlusconi) che privato (Mediaset).

Questo spiega la necessità che sia Enrico Mentana a intervistare Veltroni in un grande incontro finale a conclusione della Festa del Pd. E spiega l’annuncio di Lilli Gruber, deputata europea di primo piano e importante giornalista italiana: sarà Berlusconi a scrivere la prefazione del suo nuovo libro sulle donne dell’Islam. Chi altro? Con l’aria che tira è già una conquista democratica che quella prefazione non sia stata commissionata a Borghezio.
* * *
Mi ha colpito la notizia che alla Festa del Partito democratico di Firenze ci saranno collegamenti con la «Convention» del Partito Democratico americano di Denver. Spero che spiegheranno perché, a quella festosa assemblea di militanti politici di opposizione, non sia stato invitato e applaudito e festeggiato, per un bel dialogo, il vicepresidente Cheney, l’uomo delle false prove della guerra in Iraq. O qualche “neo-con” di rilievo, di quelli che amano Guantanamo e le maniere forti.

Qualcuno - spero - spiegherà che gli americani, nel loro Partito Democratico, sono un po’ più rozzi degli italiani: quando fanno opposizione, fanno opposizione. E quando vogliono essere eletti contro qualcuno che - secondo loro - ha fatto danno al Paese, prendono le distanze, dicono cose diverse, invitano e ascoltano le loro migliori voci, quelle più vibranti e appassionate, non quelle dei Repubblicani che intendono sconfiggere.

Inoltre sanno - ma forse anche questo è un segno della loro cultura elementare - che i loro leader non si fanno intervistare dai giornalisti della Fox Television, alcuni bravissimi ma tutti di destra. In tanti vanno alla convenzione democratica, scrittori, registi, celebrità delle grandi università e dello spettacolo. Ma sono tutti testardamente democratici. Vanno tutti per parlare di pace, non di guerra, di poveri, non di ricchi, di affamati del mondo e di crisi del pianeta, di bambini da salvare e di medicine salva-vita di cui bisogna abbattere i prezzi. Certo, l’America non è un Paese perfetto. Anche là ci sono tanti Giovanardi e tante Gelmini. Ma (a differenza di quanto avviene nell’altra festa del Pd italiano, quella di Modena) i democratici americani non li invitano. Saranno primitivi ma (se starà bene) vogliono Ted Kennedy. E se Ted Kennedy starà bene dirà tutto quello che pensa con l’irruenza che l’America democratica ammira da mezzo secolo, e che da noi si chiama «politica urlata» e irrita molto persino Ritanna Armeni, ma solo se è «politica urlata» di sinistra.

Ecco le ragioni del mio disorientamento nel Partito Democratico che ho contribuito a creare partecipando anche alle primarie («Sinistra per Veltroni») e nel quale adesso non so dove mettermi, perché ogni spazio è occupata da un ministro ombra che intrattiene la sua educata, amichevole conversazione col ministro-ministro. Ognuno di essi (i ministri-ministri) è occupato a prendere impronte, a presidiare le strade italiane con l’esercito, a insultare i giudici. Ma comunque appaiono come statisti mai smentiti e sempre in grado di incassare apprezzamenti (oltre che inviti alle nostre Feste) e di dire l’ultima parola in ogni radio e in ogni televisione. La descrizione perfetta è di Nadia Urbinati (la Repubblica, 20 agosto) «Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra, la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che sembra diventato naturale come l’aria che respiriamo. Come bambini siamo fatto oggetto della cura di chi ci amministra. E come bambini bene addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere. È come se, dopo anni di allenamento televisivo, siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che, in condizione di spontanea libertà, sarebbe semplicemente un insopportabile giogo».

Quanto sia esatto ciò che scrive Urbinati lo dimostra questa e-mail appena ricevuta: «Attento, alla sua età è pericoloso agitarsi. Ma comunque la sua perdita nessuno la noterebbe, insignificante comunista. Si spenga serenamente come giornalista e scribacchino. L’umanità e l’Unità le saranno grate eternamente».

Curiosamente la e-mail mi è giunta mentre una collega - che preparava un pezzo sul cambiamento in questo giornale -, mi chiedeva: «Ma temi la normalizzazione de l’Unità?». La mia risposta meravigliata è stata che a me questa Unità appare un giornale normale. Un normale, intransigente, preciso giornale di opposizione. La storia del suo e del nostro futuro è tutta qui, fra questa «normalità», la descrizione di Nadia Urbinati e la e-mail che ho trascritto e che offre una bella testimonianza del ferreo contenitore culturale in cui ci hanno indotti a vivere. Non resta che attendere il nuovo giornale.>>

Prologo a Infinite Jest

"Infinite Jest": un romanzo straordinario di David Foster Wallace.
Ho cercato almeno tre volte di leggere per intero questo capolavoro di più di 1000 pagine, ma purtroppo la complessità della trama, con al sua improvvisa variazione spazio/temporale e l'incrociarsi di infiniti personaggi, mi ha sempre fatto desistere.
Quindi una volta per tutte è giunto il momento di completare il miglior risultato letterario di questo autore americano, il cui talento lo si può benissimo assaggiare in "La scopa del sistema" e forse ancora di più nella serie di racconti "Oblio"; per farlo ho deciso di prendermi tutto l'autunno e l'inverno e con assoluta calma avanzare capitolo per capitolo, scrivendo un breve riassunto di ciascuno e, se necessario, un piccolo commento a margine, magari con la possibilità, a un certo punti, di poter stilare una genealogia della famiglia Incandenza e del loro interagire con il mondo.
In sostanza la storia si snoda in un futuro non molto lontano (dove si è cominciato a indicare gli anni con il nome del prodotto commerciale che li sponsorizza), in un'America caratterizzata dall'unione territoriale di Stati Uniti e Canada e sede dell'azione di gruppi terroristici separatisti, dove i residente della Ennet House, una casa di recupero per tossicodipendenti, e i giocatori/studenti della Enfield Tennis Academy vengono coinvolti nella spasmodica ricerca dell'unica copia esistente di un film (appunto Infinite Jest) la cui visione scatena una crisi di dipendenza tale da essere in grado di annullare qualsiasi tipo di desiderio che non sia quello di rimanere per sempre fermo ad ammirare le immagini che scorrono sullo schermo.
Quindi buondivertimento a me!

Titolo: Infinite Jest
Anno: 1996
Edizione: Fandango libri, 2000, traduzione di Edoardo Nesi.
Pagine: 1434 (1307 di libro, 127 di note ed errata corrige)
Prezzo: Euro 25

giovedì 31 luglio 2008

Concerto di Bjork a Verona

E' il 28 Luglio 2008 e la piazza antistante l'Arena di Verona e piena di gente in attesa del concerto di Bjork.
Tutto comincia alle 21, lo scenario dell'anfiteatro è magnifico e si contrappongono da una parte la luce del sole che sta tramontando a occidente e l'artificialità delle luci stroboscopiche del palco che iniziano a brillare a oriente.
Un gruppo di fiati islandese in abiti sgargianti di giallo e rosso fa il suo ingresso a passo cadenzato di marcia e precede la stessa Bjork, a piedi scalzi e subito strabordante di energia.
L'inizio è caratterizzato di pezzi più melodici dell'album Volta, ma appena cala completamente il buio si scatena la parte più tribale del concerto con luci laser sparate nel cielo notturno di Verona , mentre drum&base, fiati e percussioni fanno da cornice ad un folletto di luce vestita che invasata si scatena al ritmo dei bassi sparati a mille ballando per tutto il palco.
Saranno le luci, sarà la voce preponderante su tutti gli altri strumenti, sarà il vederla muoversi in quello che tanto sembra un rito tribale pagano di festa, ma l'atmosfera è assolutamente magnetica, capace di farti astrarre da ogni contesto per costringerti ad immergerti in un universo di simboli, suoni e ancestrale spiritualismo.
Tutto finisce improvvisamente, così come era cominciato, alle 22:15, lasciando tutti sbigottiti ma, soprattutto, svuotati.
Uno spettacolo magnifico!
Il primo pensiero è stato però negativo, ovvero quanto fosse durato poco il concerto (visto poi il prezzo del biglietto), ma pensandoci bene ciò che siamo andati a vedere non era un concerto classico, ma una unica e vitale installazione, un'opera d'arte pagana il cui scopo era solo quello di trasportarti per un periodo seppur breve in una realtà parallela: così è andata e così a mio modesto parere va bene!

Il valzer dell'orrore

Me lo aspettavo ma in fondo in fondo non volevo crederci, eppure alla fine il fatidico momento è arrivato: un libro di Lansdale mi ha deluso! Dopo 15 capolavori praticamente divorati si è giunti allo scoglio del "beh questo poteva risparmiarselo".
Ben inteso sempre un libro di Lansdale, ben scritto e avvincente, ma appunto perchè ci si è fatta la bocca buona si può anche trovare l'occasione di criticare e l'autore potrebbe benissimo rispondere alla Woody Allen "....prova tu a scrivere un libro all'anno...."!
In sintesi si parla della vita felice di un benestante proprietario di negozi di videocassette di un paesino del Texas Orientale (Hank Small), sposato con una moglie bellissima, due figli piccoli, un cane sempre in vena di coccole e di giocare con il suo porcospino di gomma e una bella casa: in questa normalità americana si inserisce il nipote del protagonista, Bill, che è entrato a far parte del Club dei Disastri, composto da giovani con una vera fissazione per il sesso e l'arenalina. Una sera una loro scorribanda non va proprio come l'avevano pianificata e si trovano a dover fare i conti con due misteriosi personaggi capaci delle peggiori nefandezze e crudeltà che si possano immaginare: Fat Boy e il suo socio dal puzzo di corpi in decomposizione e una vera passione per gli horror di serie zeta Serpe (chiamato così perchè porta tatuato un cobra sulla testa completamente rasata). Inizia una escalation di orrore che tocca le più abbiette perversioni dell'uomo, dal satanismo, alla violenza sessuale, alla pedopornografia, in cui si trova immischiato anche il fratellastro di Hank (Arnold), ex galeotto che vive in una baracca sulle rive di un piccolo laghetto, la cui passione è andare a pescare pesci gatto con colli di pollo e mangiare burro di arachidi masticando tabacco. Senza dimenticare naturalmente il contorno di forze dell'ordine corrotte e una gragnuola di armi semi-automatiche e caricatori sempre pieni.
Detto così sembrerebbe proprio un classico di Lansdale con tutti gli ingredienti al posto giusto per un botto su escalation planetaria (o almeno sul tanto amato Texas Orientale), ma rispetto agli altri libri manca del solito humor e della solita carica dirompente, tanto che in certi momenti fa fare capolino in un angolo della mente (ma naturalmente non lo ammetterei neanche sotto tortura) al pensiero di un quasi "trito e ritrito".
Comunque un bel libro, ma per Lansdale svoltare al prossimo incrocio.

Titolo: Il valzer dell'orrore (Waltz of Shadows)
Autore: Joe R. Lansdale
Anno: 1999
Edizione: Fannucci Editore 2007
Pagine: 305
Prezzo: Euro 14

giovedì 24 luglio 2008

Tiro mancino

E' il terzo libro della serie del poliziotto di Miami Hoke Moseley e sicuramente è un capolavoro.
Il poliziotto si prende una pausa di riposo dalla sua attività investigativa e decide di trasferirsi a Singer Island per gestire l'albergo del padre.
Contemporaneamente a Ocean Pines Terraces, Stanley Sinkiewicz, dopo trent'anni di catena di montaggio alla Ford, si gode il meritato pensionamento floridiano insieme alla moglie. Un pomeriggio però la figlia di nove anni dei vicini decide di svegliare il vecchio addormentato in poltrona sulla veranda ficcandogli la lingua in bocca e chiedendo dei soldi per essersi abbassata le mutandine. Il vecchio sconvolte e mezzo addormentato ci mette un po' per capire esattamente come stanno le cose, giusto il tempo perchè la moglie ritorni dal supermercato e lo sorprenda così, decidendo di denunciarlo alla polizia. Inizia così una irresistibile sequenza di eventi che vedono protagonista il vecchio di origini polacche, ormai abbandonato dalla moglie, e Troy Lauden, il criminale con cui divide la cella.
E' questa forse una delle figure di criminale più magnetiche e dirompenti consegnata alla letteratura, un criminale psicopatico "capace di distinguere la differenza tra bene e male ma di cui non gliene frega un beato cazzo". Carismatico e tutt'altro che ignorante, spara invettive contro l'umanità e il fango in cui razzola e riesce a trascinare il povero ultrasettantenne in una rapina a Miami in grado di cambiare la vita a loro e ai due soci che li accompagnano: una porno star con il volto deturpato da un manager troppo geloso e un artista non rappresentativo incapace di usare un pennello.

Titolo: Tiro mancino
Autore: Charles Willeford
Anno: 1987
Edizioni: Gli Alianti, Marcos y Marcos, 2005
Pagine: 314
Prezzo: Euro 14

venerdì 4 luglio 2008

Il giovane Holden

Un classico, forse il più classico, romanzo di formazione che ho molto volentieri riletto dopo almeno 15 anni.
E' il dettagliato resoconto in prima persona dei tre giorni prima delle feste natalizie dell'adolescente Holden Caulfield alle prese con l'ennesima espulsione della sua vita da una delle scuole più esclusive della costa est degli Stati Uniti.
Giovane, ricco, senza amici, figlio della borghesia manhattiana attraversa la sua contemporaneità un pò come lo fanno tutti gli adolescenti del mondo.
E' ossessionato dal sesso, più in maniera fantastica che reale, è circondato da persone che non riescono a capirlo, dai genitori, agli insegnanti, ai compagni di scuola, tutti personaggio insulsi, non degni della minima considerazione.
Solo pochi eletti si salvano, e chissà come mai sono personaggi costantemente assenti: il fratello D.B., scrittore in trasferta a Holliwood; l'altro fratello Allie morto alcuni anni prima; l'amica Jane Gallagher, amore mai dichiarato nella cui idea il protagonista continua a cullarsi senza mai fare la telefonata che più volte si prefigge.
Caso a parte è la sorella Phoebe, punto risolutivo del romanzo, che però viene descritta più che come una persona reale a cui rivolgersi, una ideazione di fanciullezza, in cui rintanarsi e in cui dimenticare tutte le insulsaggini del mondo.
Un adolescente dissociato e assolutamente inadegauto (ma quale vero adolescente non lo è mai stato almenoper un momento) che gira per le strade del mondo, in costante bilico tra la possibilità di perdersi per sempre e quella di redimersi (ma alla fine vale la pena riuscire a immergersi nella realtà con l'inevitabile conseguenza di dimenticarsi quali sono le vere domande della vita, come chiedersi dove vanno a finire le anatre di Central Park quando d'inverno ghiaccia il laghetto dove stanno?).
Salinger è capace con la sua scrittura di trasmettere tutte le contraddizioni che si agitano nel protagonista e soprattutto riesce a cogliere quella linea d'ombra di un'età terribile a cavallo tra la sicurezza dei sogni della fanciullezza e la spietatezza dell'opportunistica e cruda età adulta.

Titolo: Il giovane Holden (The Catcher in the Rye)
Autore: J.D Salinger
Edizione: Einaudi Super ET 2008
Pagine: 248
Prezzo: Euro 11,80

giovedì 19 giugno 2008

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

Fondamentalmente è un libro giallo, con la struttura e l'evoluzione di un classico del genere (non a caso infatti il protagonista cita a più riprese il suo idolo: Sherlock Holmes nella sua prima indagine, ovvero ne "Il mastino di Baskerville"), ma allo stesso tempo diverso da tutti gli altri.
Innanzitutto il protagonista è un quindicenne che soffre della sindrome di Asperger (una forma di autismo) che ne rende alquanto problematico il rapporto con il mondo; in secondo luogo la vittima è Wellington, il cane della vicina di casa, trovato morto nel giardino trafitto da un forcone.
Da questo evento iniziale si dipana l'avventura di questo ragazzino, che odia il giallo e il marrone ma adora il rosso, detesta essere toccato, capisce tutto di matematica ma quasi niente di esseri umani, non sorride mai e non riesce ad intepretare le espressioni sul volto delle persone, si arrabbia se vengono spostati i mobili di casa e si rifiuta di mangiare se i cibi che ha nel piatto vengono in contatto tra di loro.
Da non essere mai andato oltre il negozio dietro l'angolo, si trova costretto a viaggiare in treno, rincorso dalla polizia, verso Londra; ma soprattutto viene catapultato nel complicatissimo mondo dei grandi, e in particolare dei genitori, con i loro problemi e soprattutto le loro incoerenze.
Un libro dalla scrittura precisa e seria, ma allo stesso tempo commovente e divertente, capace di ritrarre in maniera assolutamente realistica le vicende di un adolescente (un Holden Caulfield ancora più dissociato) mantenendo costante la nota di empatia verso il protagonista ad ogni sua disavventura.
Sicuramente un libro che si fa divorare e che porta con sè una piacevole sensazione di sano divertimento.

Titolo: Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte
Autore: Mark Haddon
Anno: 2003
Edizione: Einaudi Super ET
Pagine: 247
Prezzo: Euro 10,50

lunedì 16 giugno 2008

Posizione di tiro

E' l'ultimo romanzo pubblicato a Manchette quando l'autore era ancora in vita, e da molti è considerato il suo capolavoro.
Martin Terrier è un killer di professione e nessuno sa uccidere meglio di lui, meticoloso e ossessivo è ricercato dalle peggiori organizzazioni criminali del mondo e la sua esperienza è di garanzia per qualsiasi committente.
Quando decide però di ritirarsi a vita privata, l'organizzazione per cui lavora gli impedisce in ogni modo di sottrarsi al suo destino di assassino a pagamento, innescando un vortice di morte e sangue che piano piano sgretola il mondo di gelida freddezza che il killer si era cucito addosso, per rivelare il vuoto esistenziale assoluto che lo circonda e soprattutto circonda il ricordo della donna per il cui amore aveva iniziato questo tipo di vita e per cui ora cerca di interromperla.
Alla fine però Terrier scoprirà che tutto è solo una piccola parte di una macchinazione immensamente più grande di lui, imbastita in oscure stanze del potere.
Un noir "vecchio stile", o meglio, il noir "duro e puro".
Un grande maestro del genere che da lezione ai giovani autori, e anche a molti suoi vecchi compagni di avventura (per me vedi alla voce Izzo), su come questo genere di letteratura deve essere trattato.
Forse un po' troppo acido ed essenziale, con tutte le caratteristiche del romanzo di serie Z e del pulp fiction (e lo considero un complimento), che trovi in tutte le edicole delle stazioni ferroviarie, magari dal vago odore di muffa, che è in rado di accompagnarti in interminabili viaggi in treno nell'autunno più desolante.

Titolo: Posizione di tiro
Autore: Jean Patrick Manchette
Anno: 1982
Edizione: Einaudi Tascabili Stile Libero Noir
Pagine: 152
Prezzo: Euro 9,50

sabato 17 maggio 2008

Buone notizie sull'olio di palma

Mi piace riportarla perchè è una buona notizia che soprattutto da soddisfazione, in quanto è il risultato di un piccolo sforzo e permette di credere che le cose che si fanno hanno comunque un certo peso.
Nei giorni scorsi avevo aderito ad una campagna indetta da Greenpeace per sollecitare Unilever (produttrice ad esempio del sapone Dove) ad intraprendere una serie di iniziative per tutelare la provenienza dell'olio di palma (elemento base dei suoi cosmetici)ed in particolare per contrastare il sempre più frequente fenomeno della deforestazione per far spazio a tale coltivazione.
Bene, due giorni fa mi è arrivata personalmente via mail la risposta (del tutto inattesa) della Unilever per informarmi dei progetti dell'azienda riguardo le richieste che le erano state presentate.
Mi sembra giusto riportarla per intero perchè rappresenta un grande gesto di civiltà, soprattutto in questi periodi che ne risultano sempre più carenti.

La ringraziamo per la sua mail riguardante l'Olio di Palma

Siamo molto lieti di ricevere le sue riflessioni e opinioni sui nostri
marchi e i nostri prodotti. Compreso il suo pensiero sull’importante
problema dell’olio di palma.
Con questa mail desideriamo aggiornarla sui recenti sviluppi e renderla
partecipe delle azioni che Unilever ha deciso di adottare.

Forse è già a conoscenza del fatto che, il 1 maggio 2008, abbiamo
annunciato la volontà di garantire per il 2015 che TUTTO l’olio di palma
che usiamo provenga esclusivamente da fonti sostenibili. L’origine di
queste forniture sarà certificata da enti certificatori terzi e
indipendenti.
Allo stesso tempo abbiamo anche comunicato la nostra scelta di supportare
un’ immediata azione di moratoria nel caso in cui si verifichino altre
deforestazioni in Indonesia per la coltivazione dell’olio di palma.

Nessun’altra azienda ha preso una posizione così radicale. Unilever è
ragionevolmente e credibilmente in grado di farlo perché sta lavorando alla
certificazione di sostenibilità delle coltivazioni di olio di palma da più
di 10 anni. Abbiamo cominciato nel lontano 1995 istituendo un nostro
personale programma di agricoltura sostenibile. Nel 2004 abbiamo preso
l’iniziativa di costituire un organismo composto da molteplici stakeholder-
la Roundtable on Sustainable Oil- di cui al momento siamo anche presidenti.

Abbiamo intrapreso sin da subito una serie di azioni per raggiungere il
nostro obiettivo al più presto:

• Stiamo cercando di creare una grande coalizione di aziende con simili
orientamenti e Ong – compreso Greenpeace - per unire le forze e agire
efficacemente e velocemente. Unilever è solo una parte della soluzione.

• Intraprenderemo delle azioni con il Governo Indonesiano per ottenere il
loro appoggio sul territorio.


• Assicureremo che la Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO) supporterà
il cambiamento applicando sanzioni ai fornitori che continueranno a
praticare azioni illegali di deforestazione.

• Cominceremo ad acquistare olio di palma sostenibile a partire dalla
seconda metà di quest’anno non appena sarà disponibile olio certificato in
modo da dare il calcio d’inizio al mercato di questo “nuova” materia prima.
Per questo useremo il modello di certificazione creato dalla Roundtable
alla fine dello scorso anno, basato su criteri condivisi da tutti, che
include il divieto di deforestazione delle foreste pluviali.

Crediamo che questo impegno avrà un impatto positivo contemporaneamente sia
sui cambiamenti climatici che sulla protezione delle foreste pluviali.
Farlo entro il 2015 è un obiettivo realistico che ci siamo imposti
considerando la complessità della struttura della catena di
approvvigionamento - nella quale è necessario annoverare tutti: dai grossi
coltivatori ai piccoli produttori - e la difficoltà è proprio quella di
instaurare una piena tracciabilità completa di tutte le parti interessate
nella produzione dell’olio di palma.

Riferiremo regolarmente i nostri progressi e la invitiamo a documentarsi
sul nostro impegno, per saperne di più potrà monitorare i nostri risultati
collegandosi al sito internet www.unilever.com.

Spero che questa informazione possa rassicurarla circa la serietà con cui
intendiamo arrivare alla soluzione del problema e circa il profondo impegno
che noi, insieme ai nostri partner, stiamo dedicando al cambiamento.
Ci impegniamo in questo perché siamo convinti che sia la maniera giusta
d’operare nei confronti dell’ambiente, delle persone che usano i nostri
prodotti e delle comunità che vivono nelle zone di coltivazione dell’olio
di palma.

Grazie per la sua opinione - siamo ansiosi di darle nuovi aggiornamenti sui
nostri progressi.

Cordialmente

Lettemieke Mulder
Direttore Responsabilità d’Impresa e Relazioni con le Ong
Unilever

Commercio illegale di carne di balena

Alla faccia della caccia alle balene a scopo scientifico perpetrata dal Giappone con il tacito avvallo delle autorità mondiali.
Di seguito riporto l'articolo presente sul sito di Greenpeace Italia che parla della tragica scoperta fatta da Greenpeace stessa sul traffico illecito di carne di balena fatto dai giapponesi.
Lo si deve leggere e poi si deve firmare la petizione per chiedere al governo giapponese che faccia partire una seria indagine in merito a questo scandaloso scempio.

Secondo le informazioni raccolte da Greenpeace, i membri dell'equipaggio della Nishin Maru si spartiscono i pezzi migliori di carne, li sbarcano nel loro bagaglio personale e li rivendono ai trafficanti di carne di balena. Anche gli ufficiali delle navi, il personale della Kyodo Senpaku, (la compagnia che controlla le operazioni della flotta baleniera giapponese) e l'ICR (Istituto di Ricerca sui Cetacei che gestisce la "ricerca scientifica") sapevano di questi traffici che durano da decenni.Dopo l'arrivo della Nishin Maru a Tokyo, lo scorso 15 aprile, Greenpeace ha documentato che carne di balena veniva caricata su un camion speciale, alla presenza degli ufficiali della Kyodo Senpaku e dell'equipaggio, e ne ha seguito il percorso fino a un deposito. Una delle casse è stata intercettata dagli attivisti per verificarne il contenuto fraudolento. La bolla di consegna indicava come contenuto "cartone" ma in realtà la cassa conteneva 23,5 kg di carne di balena salata di "prima scelta", per un valore di circa 2.000 euro. Gli informatori di Greenpeace affermano che ogni anno una ventina di membri dell'equipaggio portano via fino a 20 casse ciascuno. Ulteriori indagini in bar e ristoranti in varie località del Giappone hanno confermato che questi negozi erano in attesa di una consegna imminente di carne di balena. Ma l'ICR e il Ministero della Pesca giapponese metteranno in vendita la carne di balena solo alla fine di giugno.La "ricerca scientifica", che fa da copertura alla caccia baleniera giapponese, è piena di scandali ed è avversata dalla maggior parte dei Paesi. Quest'ultima vergogna denunciata da Greenpeace fa affiorare dubbi su chi ci guadagna davvero da un programma di caccia che è inutile dal punto di vista scientifico ed è economicamente insostenibile.Gli informatori di Greenpeace parlano anche di tonnellate di carne di balena rigettate in mare perché in eccesso rispetto alla capacità operativa della Nishin Maru, noduli cancerosi rimossi da parti di carne comunque immesse in commercio e condizioni di lavoro proibitive causate dall'aumento delle quote di caccia.

giovedì 15 maggio 2008

Sulla polemica contro Travaglio

Mi sembra si stia facendo sempre più spinosa la questione sollevata da Marco Travaglio sulle sue dichiarazioni rese alla trasmissione "Che Tempo che fa" sull'attuale presidente del Senato, coronate da un continuo botta e risposta tra Travaglio stesso e il gota del giornalismo nazionale (rappresentato in questo caso dal direttore di Repubblica).
Indipendentemente da ciò che uno personalmente pensa della questione, mi sembra che prioritariamente si debba considerare il fatto che una parte consistente dell'intelligentia italiana continui a condannare "metodo Travaglio" senza nemmeno rendersi conto che tutto il polverone alzato deriva principalmente dalla loro azione.
Innazitutto il libro di Travaglio che riporta ciò che il giornalista ha detto in diretta televisiva è stato pubblicato 45 giorni fa: come mai nessuno prima si è posto il problema? Forse perchè effettivamente fino a che le cose sono scritte in un libro e visto che nessuno in Italia legge, il problema è come se non esistesse, diverso invece è il caso in cui le notizie appaiano in televisione, che tutti gli italiani guardano.
In secondo luogo mi sembra che nessuno abbia condannato o calunniato alcuno, semplicemente sono stati riportati fatti già evidenziati nel 2002 da un articolo di Franco Giustolisi e Marco Lillo su L'Espresso. E' logico che la cosa rispunti dal dimenticatoio quando la persona di cui si parla è diventata Presidente del Senato (ovvero la seconda carica dello Stato Italiano).
Terzo punto non capisco come D'Avanzo possa ostinatamente portare avanti una linea difensiva (di cui tra l'altro non se ne capisce il significato, se non procedendo sul terreno minato di inquietanti dietrologismi, tra accordi bipartisan, una nuova stampa di sistema votata al sacrificio tout court e gli immancabili baci e abbracci a profusione) alquanto scoordinata, giocando su minime distanze temporali tra gli eventi (scambiando un paio di anni con mezzo secolo di storia) e costantemente aggrappandosi (forse per ovvia mancanza di argomenti) alla tecnica dell'attacco personale.
Mi sembra giusto quindi riportare integralmente l'articolo di cui tanto si parla, per fugare dubbi e incomprensioni, ricordando che alla sua uscita gli autori sono stati prontamente querelati e nel 2007 il Giudice ha stabilito la veridicità delle notizie in esso riportate.

Quando, dopo una settimana di nottate, blitz e tranelli ha portato a casa l'approvazione della legge sul legittimo sospetto, Renato Schifani ha sottolineato con il consueto senso delle istituzioni la sua vittoria sull'Ulivo: «Li abbiamo fregati». Il capo dei senatori forzisti è fatto così. «È la mia chiarezza che dà fastidio alla sinistra», ha detto a un settimanale che gli ha dedicato un editoriale lodando «lo stile Schifani». Questo avvocato di 52 anni, nonostante il riporto e gli occhiali da archivista, è l'uomo prescelto da Silvio Berlusconi come volto ufficiale di Forza Italia. E lui lo ripaga come può. In un articolo sul "Giornale di Sicilia" dal titolo "Cavour e il conflitto di interessi" afferma che anche lo statista piemontese era «in potenziale macroscopico conflitto di interessi perché aveva il giornale "Il Risorgimento", partecipazioni bancarie, grandi proprietà terriere e un'intensa attività affaristica». Proprio come Berlusconi, insomma, eppure nessuno gli disse nulla. Peccato che, come scrive Rosario Romeo a pagina 451 della sua biografia, Cavour appena diventò ministro «decise in primo luogo di liquidare gli affari nei quali era stato attivo fino ad allora». Ma Schifani per amore del capo è disposto a sfidare anche il ridicolo. Come quando si fa riprendere in tv accanto al santino del leader neanche fosse Padre Pio. Avvocato civilista e amministrativista, 52 anni, sposato e padre di due figli, amante delle isole Egadi, è stato eletto nel collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che ha dato il cento per cento degli eletti a Forza Italia. Per descrivere l'eroe del legittimo sospetto, l'uomo che ha scavato nottetempo la via di fuga dal processo milanese per Berlusconi e Previti, si potrebbe partire dalle sue radici democristiane. Ma applicando alla lettera il suo credo, «non bisogna usare il politichese ma parlare con serenità il linguaggio dell'uomo comune», sarà meglio partire da una constatazione: il capo dei senatori di Forza Italia è stato socio di affari (leciti) con presunti usurai e mafiosi.

Sua eccellenza Filippo Mancuso, solitamente bene informato, ha definito così il suo ex compagno di partito: «Un avvocato del foro di Palermo specializzato in recupero crediti». Schifani gli ha risposto con una lettera in cui difende la sua «onesta e onorata carriera» e nega di avere mai svolto una simile attività. Negli archivi della Camera di commercio di Palermo risulta però una società, oggi inattiva, costituita nel 1992 da Schifani con Antonio Mengano e Antonino Garofalo: la Gms. L'avvocato Antonino Garofalo (socio accomandante come Schifani) è stato arrestato nel 1997 e poi rinviato a giudizio per usura ed estorsione nell'ambito di indagini condotte dal sostituto Gaetano Paci della Procura di Palermo. L'ex socio di Schifani è ritenuto il capo di un'organizzazione che prestava denaro nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento. Schifani non è stato coinvolto nelle indagini ma certo non deve essere piacevole scoprire di essere stato socio con un presunto usuraio in un'impresa che come oggetto sociale non disdegnava: «L'attività esattoriale per conto terzi di recupero crediti e l'attività di assistenza nell'istruttoria delle pratiche di finanziamento...».
Schifani è stato sempre sfortunato nella scelta dei compagni delle sue imprese. In un rapporto dei carabinieri del nucleo di Palermo, di cui "L'Espresso" è in grado di rivelare i contenuti, si ricostruisce la storia di un'altra strana società di cui il capogruppo di Forza Italia è stato socio e amministratore per poco più di un anno. Si chiama Sicula Brokers, fu istituita nel 1979 e oggi ha cambiato compagine azionaria. Tra i soci fondatori, accanto a un'assicurazione del nord, c'erano Renato Schifani e il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, nonché soggetti come Benny D'Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà. Nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono. Benny D'agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa Nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato un viaggio memorabile sulla sua Ferrari da Napoli a Roma assieme a Michele Greco, il papa della mafia.
Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra arrestati da Falcone nel lontano 1984 e condannati in qualità di capimafia della famiglia di Salemi. Nino Mandalà, infine, è stato arrestato nel 1998 ed è attualmente sotto processo per mafia a Palermo. Questo ex socio di Schifani e La Loggia era il presidente del circolo di Forza Italia di Villabate, un paese vicino a Palermo e proprio di politica parlava nel 1998 con il suo amico Simone Castello, colonnello del boss Bernardo Provenzano mentre a sua insaputa i carabinieri lo intercettavano. Mandalà riferiva a Castello l'esito di un burrascoso incontro con il ministro Enrico La Loggia, allora capo dei senatori di Forza Italia. Mandalà era infuriato per non avere ricevuto una telefonata di solidarietà dopo l'arresto del figlio (poi scagionato per un omicidio di mafia). E così raccontava di avere chiuso il suo colloquio con La Loggia: «Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso. A quel punto lui si è messo a piangere». La Loggia ha ammesso l'incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa. E anche Mandalà al processo ha parlato di millanteria. Nella stessa conversazione intercettata Mandalà parlava di Schifani in questi termini: «Era esperto a 54 milioni all'anno, qua al comune di Villabate, che me lo ha mandato il senatore La Loggia».Schifani è stato sentito dalla Procura e, senza falsa modestia ha spiegato con la sua bravura la consulenza e lo stipendio: «Il mio studio è uno dei più accreditati in campo urbanistico in Sicilia». Ma per La Loggia sotto sotto c'era una raccomandazione: «Parlai di Schifani con Gianfranco Micciché (coordinatore di Forza Italia in Sicilia) e dissi: sta sprecando un sacco di tempo e quindi avrà dei mancati guadagni facendo politica. Vivendo lui della professione di avvocato dico se fosse possibile fargli trovare una consulenza. È un modo per dirgli grazie. E allora parlammo con il sindaco Navetta». Il sindaco Navetta è il nipote di Mandalà e il suo comune è stato sciolto per mafia nel 1998.
Il capogruppo di Forza Italia è stato sfortunato anche nella scelta dei suoi assistiti. Proprio un suo ex cliente recentemente ne ha fatto il nome in tribunale. La scena è questa: Innocenzo Lo Sicco, un mafioso pentito, il 26 gennaio del 2000 entra in manette in aula a Palermo e viene interrogato sulla vicenda di un palazzo molto noto in città, quello di Piazza Leoni. Le sue parole fanno balenare pesanti sospetti: «L'avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi perché, così mi disse, fecero una sanatoria e lui era riuscito a farla pennellare sull'esigenza di quegli edifici. Era soddisfattissimo. Perché lo diceva a me? Ma perché io lo avevo messo a conoscenza di qual era la situazione, l'iter, le modalità del rilascio della concessione...».La Procura dopo aver analizzato le parole del pentito non ha aperto alcun fascicolo per la genericità del racconto. Comunque la storia di questo palazzo, scoperta dal giornalista de "la Repubblica" Enrico Bellavia, è tutta da raccontare. Comincia alla fine degli anni Ottanta quando Pietro Lo Sicco, imprenditore finanziato dalla mafia e zio di Innocenzo, mette gli occhi su un terreno a due passi dal parco della Favorita, una delle zone più pregiate di Palermo. Lo Sicco vuole costruirci un palazzo di undici piani ma prima bisogna eliminare due casette basse che appartengono a due sorelle sarde, Savina e Maria Rosa Pilliu, che non vogliono svendere. Pietro Lo Sicco le minaccia e le sorelle si rivolgono alla polizia. Ma la mafia è più lesta della legge: Lo Sicco ottiene la concessione edilizia grazie a una mazzetta di 25 milioni di lire e comincia ad abbattere l'appartamento a fianco. Quando le sorelle vedono avvicinarsi il bulldozer cominciano ad arrivare nel loro negozio i fusti di cemento. Il messaggio è chiaro: finirete lì dentro. Lo Sicco smentisce di essere il mandante ma la Procura offre alle Pilliu il programma di protezione. Oggi le sorelle sono un simbolo dell'antimafia: vivono proprio nel palazzo costruito da Lo Sicco e confiscato dallo Stato. Il costruttore è stato condannato a 2 anni e otto mesi per truffa e corruzione a cui si sono aggiunti sette anni per mafia.All'inaugurazione del nuovo negozio costruito grazie al fondo antiracket, il senatore Schifani non c'era. Era dall'altra parte in questa vicenda. Il suo studio ha difeso l'impresa Lo Sicco davanti al Tar. Il pentito Innocenzo Lo Sicco, ha raccontato che lui stesso accompagnava l'avvocato Schifani negli uffici per seguire la pratica. Certo all'epoca l'imprenditore non era stato inquisito e il senatore non poteva sapere con chi aveva a che fare anche se il genero di Lo Sicco era sparito nel 1991 per lupara bianca. In quegli stessi anni Schifani assisteva anche altri imprenditori che sono incappati nelle confische per mafia, come Domenico Federico, prestanome di Giovanni Bontade, fratello del vecchio capo della cupola Stefano. Un settore quello delle confische che il senatore non ha dimenticato in Parlamento. Quando ha presentato un progetto di legge (il numero 600) per modificare la legge sulle confische e sui sequestri.

Quest'uomo sfortunato nelle frequentazioni è Presidente del Senato, simbolo di una Forza Italia dura che punta al Quirinale, premio ad un parlamentare per la cieca fedeltà al capo. Uomo che ha avuto subito parole di equilibrio e da tutti ha ricevuto applausi e complimenti (tranne che dagli esponenti di Idv), anche se la sua più grande prova politica (e direi abbastanza recente da potersene ricordare con facilità) è stato il famoso Lodo Schifani che sospese i processi in corso contro le più alte cariche dello Stato (in quel momento Berlusconi era premier) poi dichiarato incostituzionale (ma come, la seconda carica dello stato che fa una legge incostituzionale?).
Bene, se una democrazione per funzionare bene non ha bisogno di cattivi esempi, direi che i primi passi sono stati veramente pessimi.

mercoledì 14 maggio 2008

Se li conosci li eviti

Ieri sera ho assistito alla presentazione del libro di Travaglio "Se li conosci li eviti", resa naturalmente ancora più densa di significato dagli ultimi eventi mediatici (ovvero dal comune diniego da parte di tutta la classe politica dopo le esternazioni del giornalista durante la presentazione del libro nella trasmissione di Fabio Fazio).
Il quadro che ne è uscito della realtà governativa italiana è apparso a dir poco inquietante con uomini piccoli e pseudo-grandi che possono fare ormai il bello e cattivo tempo, in assenza di una vera libertà di stampa che sia in grado di stigmatizzarne e denunciarne le azioni.
Personaggi che anche a me parevano integerrimi, o comunque dotati di un certo spessore politico, si sono rivelati omuncoli in un mondo di poltrone e baci prima dati e poi spudoratamente rinnegati, e la definitiva presa di coscienza di una nazione che, in barba alla sua storia, non ha più la sinistra in parlamento e una vera critica opposizione nella società.
E' vero che esistono personaggi di valore assoluto in questo marasma, e che non si può sempre fare del qualunquismo spicciolo e di tutta un erba un fascio (sottolineo che il riferimento non è assolutamente casuale), ma se i "buoni" occupano 8 pagine in un libro che ne conta circa 570, qualche domanda è necessario porsela.
Forse le persone che erano presenti ieri sera (e la sala in cui si è tenuta la conferenza era stracolma di gente) se la sono posta e anche in maniera seria, ma allora perchè la storia ha avuto questo finale e, soprattutto, è mai possibile che si incontrino solo persone consapevoli del degrado a cui si è arrivati e vogliose di un rinnovamento radicale (insomma, qualcuno questa gente l'ha votata e questo governo fino a prova contraria è stato votato dalla maggioranza degli italiani)?
Una cosa però mi ha lasciato perplesso: è vero che Travaglio è un bravo giornalista e un altrettanto bravo intrattenitore, ma ad ogni sua uscita la sala si sbellicava dalle risate sulle tragicomiche vicissitudini dei nostri politici, beh io non riesco proprio a ridere dello squallore imperante, soprattutto perchè ormai mi ricopre ben oltre il collo.
Nota a parte della serata è stata la presenza di Salvatore Borsellino (fratello del magistrato ucciso dalla mafia), il cui accorato appello alla legalità (non più alle istituzioni, in cui la parola legalità è stata bandita da tempo) e il cui senso di dovere civico hanno nuovamente ridato lustro e dignità ad un cognome che di più non poteva fare per il nostro Paese.