venerdì 28 marzo 2008

Perchè votare Pd, le ragioni di un ateo materialista

Sempre in tema di andare a votare e per chi votare e perchè votare mi ha particolarmente colpito l'articolo di Paolo Flores D'Arcais (da Micromega n°2/2008, in edicola dal 25 Marzo 2008), in cui l'autore si schiera apertamente per un partito politico e ne spiega la scelta in maniera chiara, da buon, come egli stesso si definisce, "materialista e ateo".

Il 13 e 14 aprile non andremo a votare. Andremo a votare con questo sistema elettorale, che fa schifo, non a caso è stato definito «porcata» dai suoi ideatori, ma che deciderà – esso solo – la transustanziazione dei voti in seggi. Sarà bene rendersene conto, perché la tendenza spontanea in ciascuno di noi è di illudersi che il voto reale corrisponda al voto emotivo, morale, o comunque lo vogliamo chiamare.
Per capirsi. Tu voti per la lista Xz, perché la senti più vicina, o la meno lontana, o la più efficace nell’opporsi a ciò che più detesti. Nella croce che metti sul suo simbolo riassumi queste tue emozioni, e una volontà di lotta o di riduzione del danno. Ma il risultato matematico di quel tuo voto, l’unico che poi conti, potrebbe addirittura rovesciare il senso che al tuo voto hai inteso dare.
Il sistema elettorale «porcata» stabilisce infatti che alla Camera dei deputati una cospicua maggioranza assoluta vada alla coalizione che prende il maggior numero dei voti, quale che sia la percentuale ottenuta, magari anche molto inferiore al 50 per cento (più coalizioni e liste sono in concorrenza e più bassa può essere la soglia).
Nell’attuale situazione ciò significa che la coalizione Berlusconi-Fini-Bossi-Ciarrapico (ironicamente etichettata «Il popolo delle libertà») otterrà alla Camera la fiducia per un suo governo, con largo margine, se la coalizione Partito democratico-Italia dei valori (che per comodità chiameremo Veltroni-Di Pietro-Bonino, visto che nel Pd si presentano anche i radicali) otterrà anche un solo voto di meno.
Questa la realtà. Il resto è sogno, immaginazione, fantasia. E legittima, legittimissima rabbia, naturalmente. Perché questo sistema, da «porcata» qual è, porcate produce. Ma noi daremo senso concreto al nostro voto con questo sistema elettorale, non con le intenzioni che preferiremmo lo determinasse.
Perciò, quali che siano i nostri sentimenti, se contribuiamo a far avere alla coalizione Veltroni-Di Pietro-Bonino un solo voto in meno rispetto alla coalizione Berlusconi-Fini-Bossi-Ciarrapico, avremo cooperato concretamente e irreversibilmente a cinque anni di governo Berlusconi seguiti da sette anni di Berlusconi al Quirinale. Abbiamo tutto il diritto di concludere che questa prospettiva non ci spaventa, che preferiamo dare un voto «emotivo» anche se questa ne sarà la conseguenza, non possiamo invece far finta di non sapere. Sarebbe disonesto, sarebbe immorale.
Al Senato le cose stanno in modo un poco diverso, ma assai meno di quanto non si speri. I premi di maggioranza scattano su scala regionale anziché nazionale, ma scattano comunque, in compenso le liste «minori» devono raggiungere un quorum quasi improbo, l’8 per cento, al di sotto del quale tutti i loro voti valgono zero.
Torniamo all’essenziale, perciò: un solo voto di meno di Veltroni (e alleati) rispetto al Cavaliere (e sguatteri, Ciarrapico docet), e avremo mandato al potere Berlusconi per almeno dodici anni. Questa circostanza matematica (l’unica che conti per attribuire i seggi) ci manda in bestia, moralmente non vogliamo subirla, ma in realtà le cose stanno proprio così.
Sappiamo tutti che in larghi strati di cittadini democratici, e dunque antiberlusconiani, circolano due tentazioni. Annullare il voto (o non andare proprio), votare la lista arcobaleno di Bertinotti. Tentazioni comprensibili, che hanno dalla loro moltissimi argomenti.
Io stesso sul numero di settembre 2006 di MicroMega, dopo averli certosinamente elencati, concludevo: «Dobbiamo essere conseguenti: rifiutare come ormai indecente ogni ricatto del tipo “finirete per far vincere Berlusconi” e rispedirlo con disprezzo al mittente. Dichiarare anzi esplicitamente, solennemente, collettivamente, che se i partiti di centro-sinistra, attraverso l’azione quotidiana di governo e l’approvazione urgente delle leggi necessarie, non daranno soddisfazione a quel “cahier de doléance” minimalista che sono le richieste stranote in fatto di conflitto d’interessi, giustizia, pluralismo televisivo eccetera, non li voteremo più`. Anche a rischio che in questo modo vinca per una terza volta Berlusconi».
Ho cambiato idea. La nuova coalizione berlusconiana realizza infatti ormai, senza le sbavature e le crepe democristiane di Casini, un disegno populista eversivo di cristallina evidenza. Il fondamento antifascista della nostra Costituzione verrà spazzato via e irriso come un «cane morto», la morsa clericale e oscurantista su corpi, esistenze private e cultura celebrerà fasti medioevali, la libertà sarà intesa solo nel senso di un’inarginabile arroganza del privilegio, la tolleranza zero verso emarginati e senza santi in paradiso si accompagnerà alla impunità totale e opulenta per amici del governo e altri establishment, il controllo totale del sistema televisivo farà concorrenza alle più nere fantasie di Orwell.
Dopo dodici anni (almeno) di Berlusconi al potere, la democrazia italiana sembrerà gemella di quella russa di Putin. Del resto, non è Putin il leader politico con cui Berlusconi vanta la più intima amicizia e di cui canta i più ditirambici elogi? Putin è il suo modello, o forse Berlusconi pensa che sia Putin ad aver realizzato in Russia una «democrazia» sul modello di Berlusconi. Cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia.
Immaginiamo, come possibile, che alla vigilia del voto lo scarto fra i due schieramenti sia minimo: 100 a Berlusconi-Fini-Bossi-Ciarrapico, 99 a Veltroni-Di Pietro-Bonino, cifre inferiori a tutti gli altri. Restano da conteggiare due voti, amico lettore: il tuo e il mio. Tu mi riassumi l’elenco di tutte le magagne (per atti ed omissioni) compiute dal centro-sinistra, e mi chiedi di votare perciò Arcobaleno. Se mi convinci, il risultato sarà dodici anni (almeno) di potere di Berlusconi, ma una decina (forse) di deputati in più per Bertinotti e Pecoraro Scanio. Sei sicuro di volere questo? Se sei sicuro, non c’è da discutere, è una posizione legittima e un voto con essa coerente.
Io penso invece che per le lotte che comunque dovremo fare (governo Berlusconi o governo Veltroni), su diritti civili ed eguaglianza sociale, informazione libera e pluralista e giustizia eguale per tutti, e via compitando il rosario ben noto, non è indifferente quale sarà il governo. Con dodici anni di potere berlusconiano rischiamo che per lottare democraticamente diventi necessario essere un poco eroi. E ti risparmierò la citazione di Brecht che conosci come me e come me condividi.
Oltretutto, per le lotte che ci stanno a cuore, nello schieramento di Veltroni troveremo degli alleati. Lungi da me fare il peana sul «modo nuovo di fare le liste». In questo stesso numero una donna siciliana, entrata nel Partito democratico con le famose primarie, racconta oltre ogni ragionevole dubbio come il motto del Gattopardo spadroneggi anche nel Pd di Veltroni. Ma alcune novità ci sono, nasconderle sarebbe disonestà e cecità.
L’accordo con Di Pietro, intanto, che entrerà nel Pd (e in parlamento) portando l’istanza della legalità. L’accordo con i radicali, senza pagare il dazio-Pannella, con tutto ciò che di laicità i radicali significano (doppio merito per Goffredo Bettini, dunque). Umberto Veronesi capolista a Milano, uno scienziato al servizio della vita e della libertà delle donne, e della libertà laica tout court (ha difeso, come dovrebbe essere ovvio, il diritto di ciascuno sulla propria vita, la propria sofferenza, la propria morte: il diritto civile all’eutanasia, insomma). La conferma di Ignazio Marino e della sua legge contro l’accanimento terapeutico, bloccata fin qui dall’accanimento teo-dem. Il ripensamento su Giuseppe Lumia, la cui lotta anti-mafia torna capolista in Sicilia (grazie anche a Ignazio Marino). E infine, last but not least, Pancho Pardi capolista al Senato in Toscana per l’Italia dei Valori. Il compagno che a piazza Navona Nanni Moretti indicò come il futuro leader della sinistra e che con Nanni continua a significare, per il milione e passa di cittadini di piazza san Giovanni, 14 settembre 2002, i girotondi, la loro festa di protesta, il loro ossimoro di moderazione intransigente per la libertà e la giustizia.
Il 13 e il 14 aprile non andremo a votare. Andremo a votare con questa legge elettorale. Non saremo liberi di esprimere intenzioni ed emozioni attraverso il segno sulla scheda. Il meccanismo della «porcata» deciderà il significato concreto, cioè vero, del nostro voto. Lo abbiamo discusso a sufficienza. Ciascuno dovrà ora decidere, senza fingere di non sapere.
Potremo salvarci l’anima, o salvarci da dodici anni di potere di Berlusconi-Putin. Io, da buon materialista e ateo, trascurerò l’anima.

Votare: istruzioni per l'uso o il disuso

Visto che ormai, tra sondaggini e altre amenità mediatiche, non si riesce proprio a capire cosa succederà tra meno di tre settimane, mi sembra giusto riportare un articolo di Gennaro Carotenuto su quelle che possono essere le "regole del gioco", o meglio come giostrarsi nel trogolo del Porcellum per far sì che le cose vadano come uno spererebbe (e che in fondo è quello in cui ogni elettore fa esprimendo il proprio voto).

Premessa: questo articolo è postideologico. Non prende in considerazione i programmi dei diversi partiti e coalizioni ma prova a dare una risposta semplice ad un’unica domanda: come fare a far prendere meno parlamentari possibile al PDL, a Berlusconi, Bossi e Mussolini?
Per farla breve le cose al Senato stanno così: Il Porcellum è così brutto e antidemocratico che ci sono casi nei quali un elettore del PD favorisce il proprio partito votando la Sinistra Arcobaleno e viceversa.
Alla Camera, brevemente, arrivando primo il PD, questo avrebbe una comoda maggioranza del 55% dei seggi, non più condivisa con la sinistra radicale e gli alleati centristi minori (Mastella, Dini…), ma solo con Italia dei Valori. Se il PD non dovesse arrivare primo quella maggioranza toccherebbe a Berlusconi. Alla Camera è pressoché sicuro che solo quattro liste, PD e PDL (più coalizzati), Sinistra Arcobaleno e UDC supereranno il quorum del 4%. Un quinto soggetto, La Destra, dato dai sondaggi intorno al 2%, ha qualche lontanissima possibilità di fare un quorum che vale un trentina dei 290 deputati che toccano a tutte le opposizioni. Ovviamente meglio va La Destra (e l’UDC) più possibilità di vincere ha il PD. Voto di disturbo è invece quello al partito socialista, a Giuliano Ferrara o alle varie listine a sinistra della Sinistra Arcobaleno. Insomma: alla Camera è tutto abbastanza facile e ognuno può prendersi le sue responsabilità.
I problemi, come tutti sanno, sono al Senato. E qui la rottura delle coalizioni li ha complicati moltissimo. In particolare ci sono due problemi. Il primo è che il premio viene attribuito alla prima forza di OGNI regione. Il secondo è dato dal fatto che SA e UDC, entrambe date nei sondaggi nazionali appena al di sotto del quorum dell’8% (buono per il Senato) riusciranno a starvi sopra in alcune regione e saranno fuori in altre. Quindi per capirci, ci saranno regioni dove la minoranza dei seggi sarà attribuita ad una sola forza, in altre a due, in altre ancora a tre. Un caos.
Dopo il divorzio tra PDL e UDC, il PD è in vantaggio sicuro in Emilia-Romagna e Toscana ma dovrebbe farcela anche in Umbria, Marche e Basilicata. La partita è aperta con diverse sfumature in Abruzzo, Campania, Sardegna, Calabria, Liguria e Piemonte mentre è sostanzialmente chiusa a favore della destra in Lombardia, Veneto, Friuli, Lazio, Puglia e Sicilia. Ma se capire chi sarà primo regione per regione non è impossibile e sondaggi vengono proposti ovunque, ben più difficile è capire se SA e UDC faranno il quorum nelle diverse regioni.
I calcoli possibili sono migliaia, e una delle variabili più nefaste e meno democratica è proprio quella che imbizzarrisce i risultati del Senato a seconda di chi e dove raggiunge un quorum molto alto, posto all’8%. Per capirci, se l’UDC o la SA passano in una regione dal 7.99% all’8.01% o viceversa spostano non solo i loro seggi ma anche quelli di altri partiti in maniera sostanziale. In teoria una famiglia di elettori che arriva tardi da una scampagnata potrebbe far scattare o meno il quorum di un partito in una singola regione, spostare così anche una decina di seggi e ribaltare la maggioranza nazionale.
Detto questo ci sono alcuni possibili orientamenti che un elettore "normale" di centrosinistra può recepire pur se con estrema prudenza. In particolare ve n’è una: ognuno deve informarsi sui risultati della propria regione (quelli del 2006, o i sondaggi) per cercare di capire chi arriverà primo tra PD e PDL. Inoltre dovrà capire quante possibilità ha nella propria regione la SA di fare il quorum e frullare come segue questi dati:
1) Nelle regioni dove il PD prenderà sicuramente più voti del PDL al Senato (le tipiche regioni rosse ma non solo), votare Sinistra Arcobaleno a Palazzo Madama vuol dire sottrarre seggi a Berlusconi. Spiegheremo perché.
2) Ma attenzione: in tutte le regioni dove si prevede che la SA non arrivi all’8%, votarla vuol dire numericamente favorire SEMPRE Berlusconi.
3) Nelle regioni dove sicuramente vincerà la PDL, tutto dipende dalle possibilità della SA di superare il quorum regionale. Se voti in una regione dove la SA farà sicuramente il quorum, non ci sono calcoli: potrai votare secondo le tue inclinazioni e i seggi saranno distribuiti proporzionalmente tra PD e SA, entrambi all’opposizione. Se sono regioni dove la SA non arriva all’8% si ricade al punto 2.
Nelle 17 regioni (tutte meno Molise, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige) che attribuiscono un premio di maggioranza (del 55% dei seggi al partito primo arrivato) se due soli partiti superano il quorum questi si spartiscono tutti i seggi, 55% al primo e 45% al secondo. Se a superare il quorum saranno più soggetti, la primo partito resterà sempre il 55% mentre il 45% verrà redistribuito con risultati imprevedibili.
Per capirci, facciamo un caso di scuola. Mettiamo che in una regione inesistente, che chiameremo Porcella, si attribuiscano 100 seggi. In realtà la regione che attribuisce più seggi è la Lombardia con 47, ma Porcella ci semplifica la cose. Dovendo attribuire 100 seggi, e sapendo che al partito primo arrivato il Porcellum attribuisce il 55% dei seggi è chiaro che nella Porcella questo prenderebbe esattamente 55 seggi (a meno di non avere più del 55% di voti, ma è un evento poco probabile che non considereremo).
Facciamo alcuni casi di scuola nei quali elimineremo per semplificare ulteriormente l’UDC:
1) Porcella è una regione rosa. Vince il PD ma la SA non fa il quorum. In questo caso il PD avrà 55 seggi, il PDL 45 e la SA 0.
2) Porcella è una regione rossa. Vince il PD e la SA fa il quorum. In questo caso il PD avrà sempre 55 seggi, la PDL (più o meno) 37 e la SA 8. Nota come a parità di rapporti di forza tra i due maggiori il rapporto tra i seggi si stravolga.
3) Porcella è una regione azzurra. Vince il PDL e la SA fa il quorum. In questo caso il PD avrà circa 37 seggi, il PDL 55 e la SA 8.
4) Porcella è una regione nera. Vince il PDL ma la SA non fa il quorum. In questo caso il PD avrà 45 seggi, il PDL 55 e la SA nessuno. Occhio, in questo caso vale con l’UDC quello che vale per SA al punto 2. Se la SA non fa il quorum, ma lo fa l’UDC, i voti a SA sottrarrano seggi al PD e favoriranno la PDL. Teoricamente al PDL potrebbe perfino convenire far convogliare propri voti superflui sulla SA per amplificare quest’obbiettivo.
Ma al di là dei calcoli personali, e tutto questo articolo lo dimostra, voteremo con una legge indecente.

martedì 25 marzo 2008

La ragazza dal cuore d'acciaio

E' l'ultimo romanzo di Joe Lansdale e, come tutti gli altri, un capolavoro.
Il protagonista è Cason Statler, ex-reporter candidato al Premio Pulitzer, ex-soldato in Iraq, ex-fidanzato felice e per di più ossessivo-compulsivo a tutti gli effetti.
Tornato nel suo paese natale (nel Texas orientale, e dove altro?!) cerca di rifarsi una vita tranquilla andando a lavorare come editorialista per il quotidiano locale, tentando tra l'altro di riconquistare l'amore perduto.
Naturalmente non gli riuscirà nulla di tutto ciò: viene a conoscenza della misteriosa scomparsa, sei mesi prima del suo arrivo, di una ragazza dalla bellezza mozzafiato (Caroline Allison) e decide di cominciare ad indagare per la sua rubrica. A questo punto le cataratte dell'inferno si aprono e si dischiude una vicenda dal quadro torpido (pare che il fratello possa essere in qualche modo coinvolto nella faccenda) e dall'escalation imprevista (in cui il protagonista deve chiedere aiuto ad un suo ex-commilitone, Booger, di cui avrebbe preferito perdere le tracce per sempre).
Come se non bastasse il tutto si svolge sullo sfondo di un sempre più probabile e imminente scontro razziale tra le due intransigenti comunità cittadine (quella nera e quella bianca con i loro profeti istigatori) per la costruzione di una scuola che nessuno vuole nella parte più povera della città.
Questo romanzo, rispetto ad altre opere di Lansdale, forse impiega qualche pagina di troppo ad ingranare, ma quando questo accade è come sempre un diluvio di tutto ciò che ci si può e ci si deve aspettare dal suo autore.

Titolo: La ragazza dal cuore di acciaio
Autore: Joe R. Lansdale
Anno: 2007
Edizione: Fannucci Editore 2007
Pagine: 430
Prezzo: 18 Euro

Boicottaggio cinese

Ormai si sta scrivendo di tutto su ciò che accade in Tibet e sul comportamento della Cina, ma in particolare non si sprecano parole sull'atteggiamento che tutti noi dovremmo avere nei confronti di ciò che lì sta succedendo.
Sostanzialmente ci si divide tra chi vorrebbe che si boicottassero i giochi olimpici e chi invece giudica questo atteggiamento assolutamente inutile e anzi controproducente.
Mi piacerebbe spendere due parole su quest'ultima tesi: si sostiene che il boicottaggio rappresenterebbe una maniera di agire inutile, controproducente e codarda.
Inutile perchè non sposterebbe di un millimetro le posizioni della dirigenza cinese e controproducente perchè il fallimento di una manifestazioni in cui si sono profusi ingentissimi investimenti porterebbe ad una reazione a catena ugualmente eclatante: innalzamento delle barriere doganali e blocco degli investimenti dei paesi boicottatori.
Mi sembra che siano proprio queste parole codarde ed inutili, perchè in primo luogo riportano il concetto di giusto e sbagliato (da dirsi o da farsi) ad una mera transizione commerciale (cosa mi conviene, cosa potrà essere controproducente per le mie tasche); in secondo luogo sull'inutilità del gesto a me piace pensare ancora alle Olimpiadi come al luogo dove tutto può accadere, sia dal punto di vista sportivo che dal punto di vista socialie, dove un atleta nero va a vincere e ad essere premiato nella Germania nazista e dove dal podio non ci si senta inadeguati ad inneggiare ai Black Panters. Boicottaggi dei Giochi in passato ce ne sono già stati, come nel caso del Sudafrica quando l'opinione pubblica si era scaldata per la situazione apartheid, quindi mi sembrerebbe alquanto meschino bollarla come inutile e controproducente solo perchè destabilizzerebbe il "mercato globale", a meno che, ripeto, non sia questa l'unica molla dell'agire e del vivere quotidiano, per cui patti chiari e amicizia lunga, si prosegue lungo questa via senza troppo scandalizzarci e magari rinfrancandoci l'anima andando a sentirci un po' più ricchi nei negozi da "tutto 1 Euro".
Una ultima considerazione sulla codardia di cui vengono tacciati i sostenitori del boicottaggio: è assolutamente vero che, alla fine, si chiede uno sforzo enorme soprattutto a quegli atleti che si sono preparati duramente giorno dopo giorno per quattro anni con in testa questo unico appuntamento, ma anche in questo caso bisogna vedere quale è la cosa prioritaria: una medaglia olimpica (che altro non è che un pezzo di metallo colorato) o lo spirito stesso che dovrebbe animare i Giochi?
Naturalmente è una considerazione che dobbiamo fare tutti, perchè se vogliamo veramente boicottare un sistema che non sa cosa voglia dire libertà di autodefinirsi, allora dobbiamo essere capaci di boicottare ciò che questo sistema produce: sono una infinità i prodotti cinesi sul nostro mercato, ma andando sul sito www.alibaba.com ci si può fare un'idea e quindi agire di conseguenza.

mercoledì 19 marzo 2008

Le proteste in Tibet

Ormai le manifestazioni tibetane iniziate a Lhasa lunedì 10 marzo per l’anniversario della rinvolta anticinese, datata 10 marzo 1959, si stanno sempre più trasformando in una tragedia.
Come sempre in questi casi la stampa nazionale riporta “per dovere di cronaca” quello che sta succedendo, ma senza approfondimenti tali che ci permettano di capire realmente come stanno le cose.
Su Peacereporter ho trovato due articoli interessanti, che almeno fanno capire come viene vissuta la situazione dal punto di vista cinese: il primo è un estratto di un comunicato del Partito comunista cinese che dà conto della conferenza dei quadri provinciali convocata d’urgenza a Lhasa sabato 15 marzo all’indomani dello scoppio della rivolta tibetana, protagonista della riunione è Zhang Qingli, segretario del Pcc in Tibet, che nel suo discorso espone in maniera approfondita la versione ufficiale cinese di quanto accaduto, parole e toni che ben descrivono l’approccio delle autorità cinesi nei confronti della questione tibetana; l’altro è un reportage da Pechino che spiega in che maniera la situazione tibetana venga vissuta nella grande capitale tutta concentrata sulla preparazione dei giochi olimpici

Tibet, la versione cinese dei fatti

Un complotto delle forze separatiste.“Le attività di aggressione, devastazione, saccheggi e incendi generate da una ristretta di minoranza di persone incuranti della legge sono episodi di grave violazione dell’ordine sociale incitati dal complotto delle forze separatiste ‘per l’indipendenza tibetana’ all’interno e all’esterno del paese. (…). Ci sono prove sufficienti per dimostrare che questi incidenti sono stati organizzati dalla cricca del Dalai Lama, che sono stati premeditati e accuratamente programmati, con il sinistro intento di cercare di provocare disordini in questo momento delicato, intensificando deliberatamente gli incidenti fino a trasformarli in incidenti sanguinari, distruggendo l’armonia e la stabilità della situazione politica”.
Una lotta mortale contro il nemico.“Queste persone incuranti della legge hanno insultato, percosso e ferito il personale addetto alla sicurezza, hanno sollevato la bandiera tibetana e urlato slogan reazionari quali ‘Tibet indipendente’; hanno attaccato gli organi di informazione, finanziari, scolastici, di pubblica sicurezza e i dipartimenti chiave; hanno svuotato e incendiato negozi, scuole, autobus e alberghi; hanno ucciso brutalmente molte persone e hanno persino tagliato orecchie alle persone, versando sulle masse innocenti benzina e ‘usando la pena di morte’. Le loro innumerevoli atrocità sono sconvolgenti, orribili e inumane, e fanno vibrare di rabbia. Le loro innumerevoli atrocità ci mettono in guardia e ci insegnano che si tratta di una lotta mortale contro il nemico”.
Soppressione rapida e risoluta della crisi. “Tutti i tibetani devono riconoscere con lucidità che la separazione voluta della cricca del Dalai Lama è la causa principale dell’influenza della stabilità della regione autonoma del Tibet, e costituisce il maggior pericolo per la stabilità e lo sviluppo del Tibet. La stabilità del Tibet influenza la stabilità nazionale e la sicurezza del Tibet influenza la sicurezza nazionale. Una soppressione rapida e risoluta della crisi è la speranza comune dei popoli di tutte le nazionalità della regione autonoma del Tibet, in conformità con l’interesse basilare dei popoli di tutte le nazionalità della regione autonoma del Tibet”.
Una battaglia di annientamento. “In questo momento bisogna adottare misure forti, risolute e decisive, sopprimere l’arroganza aggressiva del nemico, portare velocemente la situazione alla normalità e ripristinare il regolare ordine di vita e di produzione. Bisogna prestare particolare attenzione ai lavori cruciali e ai punti chiave, e riunire le forze militari per condurre una battaglia di annientamento. Bisogna organizzare forze speciali per incrementare gli arresti dei criminali e migliorare la risoluzione di casi giudiziari e nei confronti dei cospiratori che hanno organizzato e diretto questi incidenti, nei confronti dei teppisti che hanno partecipato alle aggressioni, alle devastazioni, ai saccheggi e agli incendi, nei confronti dei principali sabotatori divisionisti, che hanno innalzato bandiere reazionarie e urlato slogan reazionari, è necessario agire secondo la legge, eseguendo arresti veloci e giudizi rapidi, attaccando risolutamente e punendo senza pietà e senza indulgenza”.
Un odio profondo contro il nemico. “Le masse devono restare fedeli alle proprie posizioni, occuparsi della produzione, garantire i rifornimenti, essere sempre un tutt’uno con il partito e il governo, aiutare le persone nelle stesse condizioni, condividere un odio profondo per il nemico, salvaguardare la stabilità sociale e proteggere i risultati duramente conquistati della campagna di modernizzazione e dell’apertura e delle riforme, proteggendo la vita regolare delle masse di tutte le nazionalità e l’interesse di base delle masse.

Il Tibet dalle strade di Pechino

In Cina la distanza tra il potere stabile del Partito Comunista e i confini turbolenti del Tibet la si potrebbe percorrere ogni giorno partendo dalla stazione di Beijing Ovest, destinazione Lhasa: 48 ore e mezzo per tagliare da parte a parte tutta la nazione, dai grattacieli della capitale in fremito pre-olimpico alle vette più alte del mondo.La macchina della censura si è attivata con precisione chirurgica; già da venerdì sera molte testate giornalistiche online non erano raggiungibili, Youtube è stata oscurata, i telegiornali nazionali hanno dato all’argomento rilevanza minima e il Renmin Ribao di Domenica, primo quotidiano cartaceo cinese come tiratura, su dodici pagine non ha dedicato nemmeno un trafiletto alla sommossa tibetana, mentre un articolo a tutta pagina testimoniava la presenza di Hu Jintao ad una sorta di “giornata della natura”, immortalando lo stesso Presidente della Repubblica Popolare nell’atto di innaffiare un albero appena piantato assieme ad alcuni studenti sorridenti : da tre giorni per il resto della Cina, Lhasa è ancora più distante.
Addirittura al Tempio dei Lama di Pechino, presunta sede pechinese della fede lamaista, domenica mattina la situazione era assolutamente normale: i monaci passeggiavano tranquilli vicino all’enorme statua di Buddha della sala principale, circondati da fiotte di turisti tedeschi ed americani sbarcati da decine di pullman dei tour organizzati: the show must go on.
A Wangfujin, la Via del Corso di Pechino, le guide indirizzano i turisti verso un paio di viuzze dove si vendono chincaglierie d’ogni genere, bettole molto poco igieniche dove si possono mangiare spiedini di shanzha caramellati, spiedini di scorpione ed insetti vari creati appositamente per noi waiguoren (come vengono chiamati in Cina gli stranieri): in una decina di minuti le hai visitate tutte e puoi tornare sul viale principale dove, davanti ad un MacDonald mastodontico, George Clooney ti guarda pubblicizzando un orologio di lusso che un cinese medio non si potrebbe permettere nemmeno con anni di lavoro, il primatista mondiale dei cento metri piani è immortalato in posa plastica, sottotitolato da “impossible is nothing”, rigorosamente tradotto in cinese e decorato dal bollino ufficiale dei Giochi Olimpici.
Poco più avanti un gruppo di cinesi fa la fila per prendersi un gelato da Baskin-Robbins, arcinota quanto pessima catena di gelati statunitense: hanno tutti scarpe nike, jeans, capigliature post-punk, alcuni addirittura si cotonano i capelli.
Poi c’è l’onnipresente Yao Ming, cestista ambasciatore della Cina nell’Nba, che pubblicizza qualsiasi oggetto commercialmente rilevante, per la gioia di Mike Stern, Presidente della National Basketball Association, e di tutti i ragazzi di Pechino che indossano canotte da basket extralarge, atteggiandosi nelle discoteche come se fossero nati ad Harlem, non nel Sichuan, dove oggi i loro conterranei hanno assaltato una stazione di polizia e sono morti in otto.


Dopo aver letto questo, se cose dovessere essere ancora un po’ confuse, non resta che andare sul sito www.tchrd.org (Tibetan Centre for Human Rights and Democracy) per dare un’occhiata al rapporto annuale 2007 sui diritti cibili in Tibet.

sabato 15 marzo 2008

Rassegna stampa - Sabato 15 marzo 2008

"La Repubblica"


L'autore di "Gomorra" e le elezioni: nessuno vincerà se si ignora la criminalità organizzata

"Le mafie dominano un terzo del Paese e condizionano interi settori dell'economia legale"

Se un voto si compra con cinquanta euro

di ROBERTO SAVIANO

NESSUNO vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l'equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s. p. a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora.

E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.

Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti. Non c'è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un'arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l'emigrazione verso l'estero. E' cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare.

Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro. Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali. Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato.

Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro. Quasi come al tempo di Achille Lauro, l'imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria. Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina.

Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell'arco di una campagna elettorale.

Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata. E' una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal '92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone? Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico di Walter Veltroni non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere.

Il governo Prodi è caduto in terra di camorra. Ha forse sottovalutato non tanto Clemente Mastella, il leader del piccolo partito Udeur, ma i rischi che comportava l'inserimento nelle liste di una parte dei suoi uomini. Personaggi sconosciuti all'opinione pubblica, ma che negli atti di alcuni magistrati vengono descritti come cerniera tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Nel frattempo il governo ha permesso al governatore della Campania Bassolino di galleggiare nonostante il suo fallimento nella gestione dell'emergenza rifiuti. E non ha capito che quella situazione rappresenta solo l'esempio più clamoroso di quel che può accadere quando il cedimento anche solo passivo della politica ad interessi criminali porta allo scacco.

Tutto questo mentre il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi assisteva muto o giustificatorio ai festeggiamenti del governatore della Sicilia Cuffaro per una condanna che confermava i suoi favori a vantaggio di un boss, limitandosi a scagionarlo dall'accusa di essere lui stesso un mafioso vero e proprio.

La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero. Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra. Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse. Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali. E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all'Italia ferita dalle stragi di mafia: "Questo popolo... talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte... Mi rivolgo ai responsabili... Un giorno verrà il giudizio di Dio". Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze.

È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale. Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa.

Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo. Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro. Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l'attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti. È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli. Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci.

Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all'insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione. A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.

© 2008 by Roberto Saviano

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

mercoledì 12 marzo 2008

Assassinio sul sentiero dorato

Ci troviamo nella Hollywood degli anni '40.
Sul set in disuso del film "Il mago di Oz", viene ritrovato il cadavere di un nano a faccia in giù sul famoso sentiero dorato.
Il fondatore della MGM, Louis Mayer, assume lo strampalato detective Toby Peters, specializzato in gente del cinema, per indagare sul caso.
Nello stesso momento anche Judy Garland riceve delle minacce, per cui l'investigatore privato si mette all'opera scandagliando gli anfratti della fabbrica dei sogni hollywoodiana e imbattendosi in attori bambini, filosofi da quattro soldi e grandi celebrità come Clark Gable, Victor Fleming e Raymond Chandler, che partecipano attivamente alle indagini.
A un certo punto però il nostro detective rischia di trasformarsi da cacciatore a preda, riuscirà a salvarsi?
Una irresistibile storia del detective considerato l'unico vero erede di Marlowe e Spade.

Titolo: Assassinio su sentiero dorato
Autore: Stuart M. Kaminsky
Anno: 1977
Edizione: Einaudi Stile Libero Noir 2005
Pagine: 179
Prezzo: 10,50 Euro

Rassegna stampa Mercoledì 12 Marzo 2008

“La Repubblica”
Berlusconi: servono i suoi giornali. An polemizza: "Fini non sapeva"

Il Cavaliere prova a chiudere il caso Ciarrapico e spiega l'utilità della sua candidatura. Ma resta la polemica con l'alleato An. La precisazione di via della Scrofa. "Ognuno ha scelto i propri candidati, scelta non condivisa e saputa solo a cose fatte". Veltroni: "La motivazione della candidatura peggio della stessa. Idea politica inaccettabile"
L'impero editoriale di Ciarrapico una provincia piena di voti
Dopo le polemiche sulla candidatura con la Cdl dell'imprenditore 'fascista'. Da Latina al Molise, il panorama dei suoi quotidiani: nel mirino di Gdf e sindacato. Nel 2007 l'ex re delle acque minerali venne iscritto nel registro degli indagati per presunte irregolarità legate al finanziamento pubblico dell'editoria
La bufera non spaventa il Ciarra "Me ne frego, Fini è uno sguattero"
L'editore si sfoga: "Non capisco tanto rumore, avevo quattro anni quando il fascismo varò le leggi razziali. Ma io me ne fotto"
“Corriere della Sera”
Chi vota il Popolo della libertà

Il partito di berlusconi gode della maggior percentuale di «fedeltà». Gli elettori sono soprattutto uomini, con un titolo di studio-medio basso. Molti si dicono cattolici praticanti
Berlusconi blinda Ciarrapico: «Ci serve»
E su Prodi: «Lascia? Errare humanum est, perseverare est Prodianum» «È un editore con giornali importanti. Fini era d'accordo». Ma An replica: «Parole improprie»
«Ciarrapico? Idea politica inaccettabile»
Il segretario del pd: «Siamo a soli 4,5 punti dal pdl». Veltroni: «L'hanno inserito nel Pdl perché è proprietario di giornali? Motivazione peggiore della candidatura»
“La Stampa”
La bufera Ciarrapico spacca il Pdl
Imbarazzo di Fini: «Non eravamo al corrente della sua candidatura». Ma Berlusconi replica: «An sapeva»
Veto di Silvio su Guido Rossi
Il Cavaliere pressato dai suoi: gli accordi bipartisan sanno di inciucio
Veltroni: "Subito interventi sui salari"
Il leader del Pd appoggia il cardinale Bagnasco:«Serve intervento contro la precarizzazione della vita dei giovani». Contestazione dal "No dal Molin": «Venduto. Venduto. Bravo»
Arcobaleno sotto choc dopo il crollo di Madrid
La "bipolarizzazione spagnola" allarma l'estrema sinistra

martedì 11 marzo 2008

La vittoria di Zapatero e la sconfitta di Sarkozy letti da Bertinotti, Giordano e dall'editrorialista del manifesto

Segnalazione di un articolo di Piero Sansonetti su "Liberazione" che commenta i possibili riflessi sulla politica italiana degli ultimi eventi elettorali in Europa

La vittoria di Zapatero e la sconfitta di Sarkozy letti da Bertinotti, Giordano e dall'editrorialista del manifesto. L'Occidente avverte la crisi del suo modello e cerca vie nuove. Se la sinistra si mette ai margini, è finita Allarme di Prc e Rossanda: «Sinistra, è l'ultima occasione»

I risultati elettorali della Spagna, della Francia, e quelli delle primarie americane, ci consegnano alcuni segnali. Che possono essere usati in modo propagandistico, come fa un po' Veltroni (« io sono il vero Zapatero», «io sono Hillary, anzi sono Obama», «io sono i socialisti francesi», insomma: «io vinco...»), oppure esaminati nella loro complessità contraddittoria. Molto schematicamente possiamo dire due cose. La prima è che da questi paesi giungono indicazioni di «spostamento a sinistra». Molto vaghi, molto differenti tra loro, ma tutti che partono dallo stesso punto: la presa d'atto che il modello occidentale (e cioè questo liberismo immobile e poco liberale, delineatosi negli anni '90, fortemente condizionato dal ciclo della globalizzazione, e maturato dopo l'11 settembre) non ce la fa più. Non dà risposte ai problemi di fondo, non è governabile, brucia rapidamente le sue classi dirigenti e la sua credibilità. Non ovunque con la stessa intensità e le stesse forme, ma comunque è in crisi.
La seconda cosa, evidente, è che in questi tre paesi settori consistenti delle classi dirigenti cercano una soluzione spostandosi a sinistra. Chiarissimo in America, dove è in corso la campagna elettorale meno conservatrice degli ultimi 40 anni (dal '68). Chiaro in Spagna, dove Zapatero è l'unico leader europeo a non essersi fatto consumare dal potere, perché ha saputo costruire una politica molto forte dei diritti civili, e ha dato di sè una immagine molto più di sinistra di quanto non sia davvero la sua politica (una specie di anti-Blair) . Un po' meno chiaro in Francia, dove lo spostamento a sinistra non avviene nelle classi dirigenti ma nell'elettorato, e dove comunque, in pochi mesi, un leader come Sarkozy, considerato fino a poco fa il nuovo De Gaulle, ha già esaurito - sembrerebbe - il proprio carisma.
Dunque Spagna, Francia e Stati Uniti stanno correndo a sinistra? Evidentemente no. I partiti che hanno vinto, o i candidati che stanno prevalendo, sono partiti e candidati moderatamente riformisti. Una idea di alternativa seria, netta, alle politiche liberiste, non si intravede. Qual è allorta la differenza con l'Italia? E' enorme. Sta innanzitutto nello «spostamento», e cioè nel fatto che in quei paesi le forze riformiste si «spostano» verso sinistra, mentre qui da noi, all'inverso, con la nascita del partito democratico e la svolta veltroniana, il vecchio gruppone riformista si sposta nettamente a destra, sia sul piano sociale (subalterno a Confindustria) sia su quello dei diritti ( subalterno al Vaticano). Se vogliamo essere ancora più chiari, possiamo dire che mentre in Italia si delinea sempre più chiaramente l'idea di una vera e propria restaurazione - che probabilmente avverrà, in termini politici, con l'alleanza post elettorale tra la destra di Berlusconi e il centro di Veltroni - negli altri grandi paesi dell'occidente questo fenomeno non c'è, anzi ci sono situazioni di segno opposto.Partendo proprio da qui si pone, in termini abbastanza drammatici, la questione della sinistra. E ieri l'hanno posta Rossana Rossanda, con un articolo davvero molto lucido e interessante sul manifesto , e poi Bertinotti e Giordano in alcune loro dichiarazioni ai giornali.
Bertinotti e Giordano hanno riflettuto soprattutto sui risultati molto modesti ottenuti in Spagna e in Francia dalle formazioni della sinistra di alternativa. Bertinotti ha detto che «si tratta di sapere se nel futuro dell'Europa ci sarà o meno una sinistra che si ponga il problema dell'uguaglianza, del cambiamento, della trasformazione». E ha aggiunto, analizando i risultati delle ultime tornate elettorali, che «grossolanamante si può dire che dove la sinistra si costituisce su nuove basi, come in Germania, su basi unite, ottiene risultati molto importanti; e laddove questo rinnovamento non riesce, indubbiamente si presenta un rischio grande».
E' lo stesso rischio del quale parla Rossana Rossanda nell'articolo pubblicato ieri sul manifesto. E' un lungo articolo e non possiamo riassumerlo in modo soddisfacente (ve ne consigliamo la lettura su www.ilmanifesto.it). In estrema sinintesi, Rossanda denuncia questi quattro gravissimi fenomeni, tra loro connessi, che sono maturati nella società politica italiana. Primo, il ridimensionamento della democrazia, ridotta ormai eslusivamente a statistica elettorale e delega. Una democrazia che non è più strumento di controllo, di critica e di ridimensionamento del potere e della gerarchia, ma al contrario è diventata meccanismo di esaltazione del potere e di sottomissione ad essso. Secondo, il trionfo del liderismo e quindi la fine della politica organizzata, di massa. Terzo, l'aspirazione sempre più forte alle repubblica presidenziale. Quarto, il rovesciamento del senso della Costituzione del 1948.
L'articolo di Rossanda sembra il completamento dell'allarme lanciato da Bertinotti e Giordano. Rossanda ci dice che è in corso una specie di trasformazione "monarchica" della nostra democrazia repubblicana, guidata da due leader, uno di centro e uno di destra.
Questa è l'altezza dello scontro. E naturalmente lo scontro è impari, perché su un lato ci sono forze vastissime, sia sul piano del potere sia su quello del consenso di massa, e sull'altro versante, qui in Italia, c'è solo la piccola e giovane e gracile sinistra arcobaleno. Esiste una possibilità di riequilibrare la battaglia, cioè di non immolarsi sull'altare della testimonianza perdente?
L'unica possibilità per fare questo è di entrare nel cuore del terremoto politico del quale parlavamo all'inizio. Le classi dirigenti sono indifficoltà, perché sentono la crisi del loro "modello", la fragilità del liberismo. Domanda: la sinistra è capace di diventare protagonista di questo travaglio, costituirsi in opposizione credibile e attiva, e concreta, proporre veri modelli alternativi sulle grandi questioni sociali, etiche, di difesa della libertà e dell'uguaglianza? Ed è in grado di darsi uno strumento politico - cioè una forma politica definita, non una vaga alleanza tra partitini o gruppetti - per fare questo? Se è in grado, allora è possibile anche che emergano nuove forme di riformismo (che qui in Italia oggi sembra morto) e quindi si realizzino convergenze, dialoghi, confronti. Altrimenti...Beh, altrimenti si capisce facilmente qual è lo sbocco.

Rassegna stampa Martedì 11 Marzo 2008

“La Repubblica”

Pdl-Pd, distacco di sette punti. Ma per il Senato scende al 4,7

Dati Ipr Marketing per Repubblica.it: la platea elettorale è differente e il distacco tra i due grandi poli si riduce di oltre due punti percentuali. I numeri, sommati alle particolarità della legge elettorale rendono più credibile l'ipotesi pareggio in una delle due Camere

Ciarrapico: "Io con Silvio ma resto sempre fascista"

"Il decalogo sui carichi penali? Ma ho tutti i diritti civili e politici, Bondi non perda tempo con il sottoscritto"

Pdl, scoppia il caso Ciarrapico. Fini critico, Bossi: "Via dalle liste"

L'imprenditore ci ripensa: "Fedele alla Repubblica e alla democrazia". Il Pd: "Il Pdl non porti in Parlamento chi si dichiara fascista". Fiamma Nierenstein: "Sono incompatibile con chi non rinnega il fascismo”

L'ira del leader di An con il Cavaliere "Lo avete voluto voi, ora rimediate"

IL RETROSCENA. Una candidatura sostenuta da Gianni Letta. Santanchè: "E' la prova dell'inciucio tra Silvio e Veltroni"

“Corriere della Sera”

Pdl, è polemica su Ciarrapico e il fascismo

Fini prima lo bacchetta poi lo assolve. bossi: e' opportuno che faccia passo indietro. L'imprenditore ciociaro: «Mai rinnegato il fascismo». Ma poi smentisce: passione giovanile

Chi vota il partito di Storace-Santanché

Ma tra i potenziali elettori c'è anche una parte di delusi del Pd La Destra attrae consensi soprattutto tra gli under 20 e nel centro-sud. Pesca nel serbatoio Pdl e viaggia sul 2-3%

“La Stampa”

"E' l'uomo giusto": così Letta ha spinto Berlusconi a candidarlo

Nel clan azzurro: quando ci attaccava era un perfetto democratico

Arcobaleno sotto choc dopo il crollo di Madrid

La "bipolarizzazione spagnola" allarma l'estrema sinistra

Ciarrapico spacca il Pdl. L'ira di Bossi: se ne vada

Lui rettifica: infami le leggi razziali. Berlusconi non gli chiede di lasciare

Autocritica socialista in stile DDR di un tenace antiveltroniano

Editoriale di Andrea Romano su "La Stampa" che merita sicuramente una segnalazione!
Grazie per la dritta!

Confesso di coltivare una tenace ostilità nei confronti di Walter Veltroni. Non ho mai sopportato la sua strategia della leggerezza. Quell'abilità di mescolare alto e basso e quella retorica dolciastra che ne hanno fatto un campione della politica new age. Così come ho sempre guardato con diffidenza alla sua capacità di tenersi al riparo dal fuoco della battaglia nei momenti più difficili, riuscendo anche per questo ad arrivare sostanzialmente incolume all'appuntamento con la leadership del Partito democratico: scelta obbligata di un gruppo dirigente che pur logorato dagli anni e dalle sconfitte non ha saputo avviare un vero rinnovamento delle proprie file.
Insomma, non sono certo il più veltroniano tra gli elettori di centrosinistra. Ma ogni pregiudizio ha un limite. E oggi sono pronto a fare ammenda, se non addirittura a imbastire un'autentica autocritica socialista in stile Ddr, dinanzi a quanto Veltroni sta realizzando in casa propria. Innanzitutto la scelta di portare il Pd da solo alle urne, tagliando il filo del ricatto con il quale la sinistra massimalista e la selva dei micropartiti hanno logorato il governo Prodi.
Una scelta che da sola vale il passaggio dalla retorica alla pratica del coraggio - quel passaggio che Veltroni si era tante volte limitato ad annunciare - e che in aprile permetterà per la prima volta di valutare la consistenza di un elettorato riformista che non sia solo la sommatoria di minoranze interne alle famiglie politiche del Novecento. Così come deve essere salutata come una svolta la decisione di affidare la stesura del programma economico a un piccolo gruppo di pensatori riformisti, tra cui Nicola Rossi, Michele Salvati ed Enrico Morando. Un gruppo coeso che - come ha scritto Roberto Giovannini ieri sulla Stampa - invece di preoccuparsi di bilanciare le pretese di questo o quel notabile sta puntando dritto a una ricetta di impianto liberale: riforma radicale del welfare, priorità alla crescita, ampie liberalizzazioni. Una ricetta economica attorno a cui potrebbe ruotare un programma elettorale asciutto, di pochi punti chiaramente comprensibili, invece delle lenzuolate enciclopediche a cui ci ha abituato un centrosinistra costretto ad affogare le buone idee in un mare di ortodossia e compatibilità.
I primi passi del Veltroni nuova maniera mostrano dunque quell'esercizio di leadership di cui da troppo tempo si sentiva bisogno. E poco importa se quei passi sono gli unici possibili per sfuggire alla triste ripetizione di un copione già visto, poco importa se Veltroni è costretto ad innovare dalla mancanza di vie d'uscita politiche e personali. Quel che conta è che per questa via l'Italia rischia finalmente di ritrovarsi con quel partito riformista del trenta per cento che attende almeno dagli Anni Ottanta. Sarebbe un risultato storico, non solo per il centrosinistra ma per l'intero sistema politico nazionale.
D'altra parte la storia della sinistra italiana è fatta soprattutto di eroi per caso, costretti dalle circostante ad avviare processi di innovazione i cui effetti trascendono persino le più caute intenzioni. Tempo fa lo fu anche Achille Occhetto, che dinanzi a una platea che non voleva capire ebbe la salutare incoscienza di dire: «Signori, è finita». Il ciclo iniziato in quel 1989 si sta forse per chiudere oggi, con la ricomposizione sotto un unico tetto riformista dei frammenti sparsi in quasi vent'anni di tentativi falliti. Ed è giusto che ne prenda atto anche chi ha guardato a Veltroni con diffidenza.
Naturalmente non mi aspetto alcuna candidatura in cambio di quella che rimane un'autocritica spontanea, gratuita e forse anche un po' sofferta.

lunedì 10 marzo 2008

Meno di zero

I giovani che frequentano il mondo patinato degli studios di los Angeles hanno praticamente tutto ciò che vogliono e non desiderano più nulla: sesso, cocaina, feste sempre più trasgressive, auto di lusso, rock a tutto volume.
In una città illuminata dai videoclip e svuotata di ogni sentimento i quattro protagonisti (Clay, Blair, Daniel e Julian), naturalmente biondi e abbronzati come si conviene, esplorano i meandri della california paradisiaca in un vortice di progressiva amoralità e devastazione interiore che ben presto sconfina nell'orrore puro.
A tutto si assiste senza l'affiorare di un minimo barlume di senso di colpa o semplicemente di riflessione su quello che sta accadendo, perchè "Cos'è giusto? se si vuole una cosa è giusto prendersela; se si vuole una cosa è giusto farla".
Il quadro disincantato che ha tracciato in maniera cruda e spietata i tratti somatici dell'ultima generazione perduta.

Titolo: Meno di zero
Autore: Bret Easton Ellis
Anno: 1985
Edizione: Einaudi Tascabili - 1996
Pagine: 185
Prezzo: 7 Euro circa

La bicicletta

La bicicletta è un mezzo a dir poco affascinante, che in fondo fa parte dell'immaginario di tutti.
Chi non ha mai avuto una bicicletta, chi non ci ha perso il fiato per raggiungere un amico, una partita di calcio o un amore adolescenziale.
Dal fascino dei campioni del ciclismo, a quello del viaggio per la scoperta di città e paesaggi in assoluta libertà, arrivando a quello, più semplice, suscitato dalla bicicletta come modo di spostarsi.
Se prima la bici è sata il mezzo di trasporto più usato (se non l'unico), oggi usarla è una scelta: lo si fa per sport, per turismo, come alternativa all'automobile e allo scooter nella vita di tutti i giorni. Una scelta appunto affascinante.
Non può quindi che ispirare atmosfere di libertà, di sfida, di indipendenza e di rivincita:

Da Il bandito e il campione (Francesco De Gregori, 1992): "Due ragazzi del borgo cresciuti troppo in fretta, un'unica passione per la bicicletta, un incrocio di destini in una strana storia, di cui nei giorni nostri si è persa la memoria, una storia d'altri tempi, di prima dei motori, quando si correva per rabbia o per amore, ma fra rabbia ed amore il distacco già cresce, e chi sarà il campione già si capisce"

Da Bartali (Paolo Conte, 1979): "sono seduto in cima a un paracarro e sto pensando agli affari miei tra una moto e l'altra c'e' un silenzio che descrivere non saprei. oh, quanta strada nei miei sandali quanta ne avra' fatta bartali quel naso triste come una salita quegli occhi allegri da italiano in gita e i francesi ci rispettano che le balle ancora gli girano"

Andare in bicicletta è viaggiare in solitaria e allo stesso tempo accompagnarti a tutto quello che ti circonda, perchè hai i sensi acuiti al massimo, sei un tutt'uno con le ruote che sono incollate alla strada e con lei segui i sali e scendi del terreno, spingendo sui pedali in salita fino a farti scoppiare i polmoni, per poi lanciarti a divorare in apnea le curve della discesa più ripida.
Non ti preoccupi di ciò che ci sarà dopo la prossima svolta, perchè comunque andare avanti ti tocca!


martedì 4 marzo 2008

Generazione shampoo

Al contrario di Generazione X, insieme di aneddoti e racconti che avevano come sfondo la cultura pop giovanile degli anni ottanta, questo è un romanzo completo che racconta di un gruppo di "giovani, carini e disoccupati" in una qualsiasi provincia americana, simbolo di un benessere da centro commerciale.
E' la commedia generazionale di tutti i miti, i modelli e le manie tecnologiche, delle delusioni, delle incertezze e delle ambizioni della gioventù globale che in tutto il mondo consuma la stessa televisione, la stessa musica e la stessa moda.
E' il narratore ricco di humor e di profondità improvvise che ci aggiorna su come crescono e diventano adulti i figli delusi degli hippies e degli yuppies.

Titolo: Generazione Shampoo
Autore: Douglas Coupland
Anno: 1992
Edizione: TEA Due 1997
Pagine: 294
Prezzo: 7 Euro circa

Rassegna stampa Martedì 4 Marzo 2008

“La Repubblica”

Accordo Pd-Radicali a rischio "Il patto era per nove posti sicuri"

Dopo la riunione ieri sera nella sede del partito in Largo Argentina stamani Emma Bonino pone l'aut-l'aut: "Rispettare le intese altrimenti nulla". Ma 4 sono a rischio. La mediazione sulla possibilità di "blindare almeno altri due nomi". Veltroni: "Le candidature mi risulta che siano tutte certe"

Berlusconi si schiera con Bossi "Salvare Alitalia e Malpensa"

Il Cavaliere: "Un Paese deve saper sopportare le perdite di certe aziende". "I sondaggi ci danno in testa". "Calearo è solo una trovata elettorale"

Pd, pronte le liste dei candidati. Donne, giovani e qualche polemica

Conclusa dopo oltre quattro ore la riunione del coordinamento nazionale. Definiti i nomi, possibili aggiustamenti sulle posizioni. Oltre cento donne elette. Franceschini: "Liste innovative chiuse in tre giorni". Fuori Ceccanti Escluso Lumia: "Per la politica l'antimafia è un problema". Dentro Cusumano

“Corriere della Sera”

Berlusconi: «Salvare Alitalia e Malpensa»

Il leader del Pdl: «Veltroni dovrebbe temermi. Io mi impegnerò a non ripresentarmi più»

Liste Pd, Bonino: «Patti non rispettati» E Veltroni: «I nove eletti radicali ci sono»

Il candidato premier da Vespa: «In caso di pareggio prima le riforme e poi il voto»

“La Stampa”

I radicali: "Il Pd non rispetta accordi" Veltroni: "In caso di pareggio, riforme"

Bufera dopo la consegna delle liste. Bonino: «Non correrò in Piemonte». Walter frena: «Gli eletti ci saranno». Bertinotti: nessun patto dopo il voto

Berlusconi: "Teniamoci Alitalia"

Il Cavaliere lancia la sfida del Nord: «Non priviamo Malpensa dei voli». E scarica Mastella. Sui dieci punti di Confindustria: «Sono nel programma»

D'Alema prova a salvare il Pd in Campania

Il ministro degli Esteri in campo dopo lo scandalo che ha coinvolto Bassolino

Mastella, la grande fuga

L’Udeur si squaglia, scappano onorevoli, cacicchi e anche il vicesindaco di Ceppaloni

lunedì 3 marzo 2008

Mr Vertigo

Nel libro si racconta la storia di Walt Rawley, un ragazzino a metà starada tra Huck Finn e Forrest Gump, che attraversa con le sue avventure 50 anni di storia americana.
Povero e senza speranze nella St Louis degli anni venti scopre di avere un dono tutto particolare: conosce la meravigliosa arte di volare. Scoperto e cresciuto da Maestro Yehudi, diviene un fenomeno da circo e inizia così le sue peregrinazioni sul suolo americano: Ku Klux Klan, storie di gangster, giocatori di baseball, fino all'apertura di un famoso locale nella Chicago degli anni trenta (appunto Mr Vertigo).
Un giorno però Walt improvvisamente perde il suo potere e torna ad essere un uomo normale; lì la sua vita si intreccia con quella di Dizzie Dean, campione di baseball, che non riesce a smettere di giocare nonostante la sua carriera sia in declino e capisce che la cosa importante non è solo saper volare, ma anche sapere quando è il momento di tornare a terra.

Titolo: Mr Vertigo
Autore: Paul Auster
Anno: 1994
Edizione: Einaudi tascabili 2005
Pagine: 281
Prezzo: 8,50 Euro

Rassegna stampa Lunedì 3 Marzo 2008

“La Repubblica”

L'uomo di Federmeccanica nel Pd. L'atleta olimpica di colore nel Pdl

Quasi completata la mappa delle candidature del Partito democratico. Berlusconi si prende tempo fino a domenica prossima. Fini: "I delinquenti devono lavorare gratis per saldare il debito con lo Stato". Veltroni: "La più grande rimonta". Binetti e Santanchè firmano per il Family day

Bertinotti contro il duopolio "Cambiamo il sistema economico"

Il candidato premier della Sinistra-L'Arcobaleno avvia la campagna elettorale. Più di mille persone al teatro Ambra Jovinelli. A decine restano fuori. No a lotte fratelli-coltelli ma... "caro Veltroni nel tuo programma troppi e/e". "Opposizione totale alla destra". Sit in contro la Rai perché garantisca l'informazione

I simboli sfiorano quota 160 c'è anche la lista "no monnezza"

Al Viminale anche tre contrassegni con falce e martello e uno dedicato alla Ariosto. Oggi scade il termine. Un avvocato di Barletta deposita il marchio dei Ds. Sposetti, tesoriere della Quercia: non è quello originale

Casini contro Veltroni e Berlusconi. E in platea spunta Luciano Moggi

Nella convention a Roma il leader del partito sfida il Pd e Forza Italia. Casa, sicurezza, scuola. E per l'ambiente rilancio dell'energia nucleare

Dopo i prefetti, un generale nel Pd. Veltroni: "Non governeremo col Pdl"

Quattro tappe toscane nel Giro per l'Italia nuova del segretario del Pd. La candidatura del generale Del Vecchio "per rafforzare le politiche per la pace". La lettera a Famiglia Cristiana: "I cattolici colonne portanti del partito". La questione del popolo gay e lesbico in cerca di rappresentanza

Mussi: "Il duopolio è già iniziato e il Pd vuol cancellare la sinistra"

Il ministro dell'Università è tra i fondatori della Sinistra Arcobaleno. Ha subito 18 giorni fa il doppio trapianto di reni: "Grazie a chi mi consente di vivere ancora". "Inaccettabile il coro dei media che canta compatto le lodi di Pd e Pdl". "Da parte della Chiesa negli ultimi tempi una vera e propria ingerenza nella politica"

“Corriere della Sera”

«Cominciamo a pensare di poter vincere»

Il leader del Pd Veltroni a Montecatini: «I risultati del 14 aprile non sono una sentenza divina, li facciamo noi»

E Moggi torna in campo: mi voterebbero 9 milioni di juventini

L'ex dg della squadra e l'abbraccio a Casini: dice cose serie e poi è cattolico come me

«Con Mastella chiuso ogni contatto» E l'ex ministro: «Udeur sola in tutt'Italia»

Berlusconi a Bari: «Con Clemente non c'è sintonia». La replica: «Spero che gli italiani non votino il Cavaliere»

Casini: «Siamo unica forza nuova. Duopolio Veltrusconi è grande bluff»

L'Udc deposita il simbolo con lo scudo crociato. Il candidato premier critica sia Veltroni sia Berlusconi

“La Stampa”

Berlusconi show al gazebo torinese: "Sono vecchio ma non rincoglionito"

Il Cavaliere: l'Udc favorisce la sinistra. Gelo di Casini: «Pdl ha paura di noi». Santanchè: Silvio è il Putin di Arcore. Fini accusa: «Veltroni? Da psicanalisi»