martedì 11 marzo 2008

La vittoria di Zapatero e la sconfitta di Sarkozy letti da Bertinotti, Giordano e dall'editrorialista del manifesto

Segnalazione di un articolo di Piero Sansonetti su "Liberazione" che commenta i possibili riflessi sulla politica italiana degli ultimi eventi elettorali in Europa

La vittoria di Zapatero e la sconfitta di Sarkozy letti da Bertinotti, Giordano e dall'editrorialista del manifesto. L'Occidente avverte la crisi del suo modello e cerca vie nuove. Se la sinistra si mette ai margini, è finita Allarme di Prc e Rossanda: «Sinistra, è l'ultima occasione»

I risultati elettorali della Spagna, della Francia, e quelli delle primarie americane, ci consegnano alcuni segnali. Che possono essere usati in modo propagandistico, come fa un po' Veltroni (« io sono il vero Zapatero», «io sono Hillary, anzi sono Obama», «io sono i socialisti francesi», insomma: «io vinco...»), oppure esaminati nella loro complessità contraddittoria. Molto schematicamente possiamo dire due cose. La prima è che da questi paesi giungono indicazioni di «spostamento a sinistra». Molto vaghi, molto differenti tra loro, ma tutti che partono dallo stesso punto: la presa d'atto che il modello occidentale (e cioè questo liberismo immobile e poco liberale, delineatosi negli anni '90, fortemente condizionato dal ciclo della globalizzazione, e maturato dopo l'11 settembre) non ce la fa più. Non dà risposte ai problemi di fondo, non è governabile, brucia rapidamente le sue classi dirigenti e la sua credibilità. Non ovunque con la stessa intensità e le stesse forme, ma comunque è in crisi.
La seconda cosa, evidente, è che in questi tre paesi settori consistenti delle classi dirigenti cercano una soluzione spostandosi a sinistra. Chiarissimo in America, dove è in corso la campagna elettorale meno conservatrice degli ultimi 40 anni (dal '68). Chiaro in Spagna, dove Zapatero è l'unico leader europeo a non essersi fatto consumare dal potere, perché ha saputo costruire una politica molto forte dei diritti civili, e ha dato di sè una immagine molto più di sinistra di quanto non sia davvero la sua politica (una specie di anti-Blair) . Un po' meno chiaro in Francia, dove lo spostamento a sinistra non avviene nelle classi dirigenti ma nell'elettorato, e dove comunque, in pochi mesi, un leader come Sarkozy, considerato fino a poco fa il nuovo De Gaulle, ha già esaurito - sembrerebbe - il proprio carisma.
Dunque Spagna, Francia e Stati Uniti stanno correndo a sinistra? Evidentemente no. I partiti che hanno vinto, o i candidati che stanno prevalendo, sono partiti e candidati moderatamente riformisti. Una idea di alternativa seria, netta, alle politiche liberiste, non si intravede. Qual è allorta la differenza con l'Italia? E' enorme. Sta innanzitutto nello «spostamento», e cioè nel fatto che in quei paesi le forze riformiste si «spostano» verso sinistra, mentre qui da noi, all'inverso, con la nascita del partito democratico e la svolta veltroniana, il vecchio gruppone riformista si sposta nettamente a destra, sia sul piano sociale (subalterno a Confindustria) sia su quello dei diritti ( subalterno al Vaticano). Se vogliamo essere ancora più chiari, possiamo dire che mentre in Italia si delinea sempre più chiaramente l'idea di una vera e propria restaurazione - che probabilmente avverrà, in termini politici, con l'alleanza post elettorale tra la destra di Berlusconi e il centro di Veltroni - negli altri grandi paesi dell'occidente questo fenomeno non c'è, anzi ci sono situazioni di segno opposto.Partendo proprio da qui si pone, in termini abbastanza drammatici, la questione della sinistra. E ieri l'hanno posta Rossana Rossanda, con un articolo davvero molto lucido e interessante sul manifesto , e poi Bertinotti e Giordano in alcune loro dichiarazioni ai giornali.
Bertinotti e Giordano hanno riflettuto soprattutto sui risultati molto modesti ottenuti in Spagna e in Francia dalle formazioni della sinistra di alternativa. Bertinotti ha detto che «si tratta di sapere se nel futuro dell'Europa ci sarà o meno una sinistra che si ponga il problema dell'uguaglianza, del cambiamento, della trasformazione». E ha aggiunto, analizando i risultati delle ultime tornate elettorali, che «grossolanamante si può dire che dove la sinistra si costituisce su nuove basi, come in Germania, su basi unite, ottiene risultati molto importanti; e laddove questo rinnovamento non riesce, indubbiamente si presenta un rischio grande».
E' lo stesso rischio del quale parla Rossana Rossanda nell'articolo pubblicato ieri sul manifesto. E' un lungo articolo e non possiamo riassumerlo in modo soddisfacente (ve ne consigliamo la lettura su www.ilmanifesto.it). In estrema sinintesi, Rossanda denuncia questi quattro gravissimi fenomeni, tra loro connessi, che sono maturati nella società politica italiana. Primo, il ridimensionamento della democrazia, ridotta ormai eslusivamente a statistica elettorale e delega. Una democrazia che non è più strumento di controllo, di critica e di ridimensionamento del potere e della gerarchia, ma al contrario è diventata meccanismo di esaltazione del potere e di sottomissione ad essso. Secondo, il trionfo del liderismo e quindi la fine della politica organizzata, di massa. Terzo, l'aspirazione sempre più forte alle repubblica presidenziale. Quarto, il rovesciamento del senso della Costituzione del 1948.
L'articolo di Rossanda sembra il completamento dell'allarme lanciato da Bertinotti e Giordano. Rossanda ci dice che è in corso una specie di trasformazione "monarchica" della nostra democrazia repubblicana, guidata da due leader, uno di centro e uno di destra.
Questa è l'altezza dello scontro. E naturalmente lo scontro è impari, perché su un lato ci sono forze vastissime, sia sul piano del potere sia su quello del consenso di massa, e sull'altro versante, qui in Italia, c'è solo la piccola e giovane e gracile sinistra arcobaleno. Esiste una possibilità di riequilibrare la battaglia, cioè di non immolarsi sull'altare della testimonianza perdente?
L'unica possibilità per fare questo è di entrare nel cuore del terremoto politico del quale parlavamo all'inizio. Le classi dirigenti sono indifficoltà, perché sentono la crisi del loro "modello", la fragilità del liberismo. Domanda: la sinistra è capace di diventare protagonista di questo travaglio, costituirsi in opposizione credibile e attiva, e concreta, proporre veri modelli alternativi sulle grandi questioni sociali, etiche, di difesa della libertà e dell'uguaglianza? Ed è in grado di darsi uno strumento politico - cioè una forma politica definita, non una vaga alleanza tra partitini o gruppetti - per fare questo? Se è in grado, allora è possibile anche che emergano nuove forme di riformismo (che qui in Italia oggi sembra morto) e quindi si realizzino convergenze, dialoghi, confronti. Altrimenti...Beh, altrimenti si capisce facilmente qual è lo sbocco.

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