Ormai le manifestazioni tibetane iniziate a Lhasa lunedì 10 marzo per l’anniversario della rinvolta anticinese, datata 10 marzo 1959, si stanno sempre più trasformando in una tragedia.
Come sempre in questi casi la stampa nazionale riporta “per dovere di cronaca” quello che sta succedendo, ma senza approfondimenti tali che ci permettano di capire realmente come stanno le cose.
Su Peacereporter ho trovato due articoli interessanti, che almeno fanno capire come viene vissuta la situazione dal punto di vista cinese: il primo è un estratto di un comunicato del Partito comunista cinese che dà conto della conferenza dei quadri provinciali convocata d’urgenza a Lhasa sabato 15 marzo all’indomani dello scoppio della rivolta tibetana, protagonista della riunione è Zhang Qingli, segretario del Pcc in Tibet, che nel suo discorso espone in maniera approfondita la versione ufficiale cinese di quanto accaduto, parole e toni che ben descrivono l’approccio delle autorità cinesi nei confronti della questione tibetana; l’altro è un reportage da Pechino che spiega in che maniera la situazione tibetana venga vissuta nella grande capitale tutta concentrata sulla preparazione dei giochi olimpici
Tibet, la versione cinese dei fatti
Un complotto delle forze separatiste.“Le attività di aggressione, devastazione, saccheggi e incendi generate da una ristretta di minoranza di persone incuranti della legge sono episodi di grave violazione dell’ordine sociale incitati dal complotto delle forze separatiste ‘per l’indipendenza tibetana’ all’interno e all’esterno del paese. (…). Ci sono prove sufficienti per dimostrare che questi incidenti sono stati organizzati dalla cricca del Dalai Lama, che sono stati premeditati e accuratamente programmati, con il sinistro intento di cercare di provocare disordini in questo momento delicato, intensificando deliberatamente gli incidenti fino a trasformarli in incidenti sanguinari, distruggendo l’armonia e la stabilità della situazione politica”.
Una lotta mortale contro il nemico.“Queste persone incuranti della legge hanno insultato, percosso e ferito il personale addetto alla sicurezza, hanno sollevato la bandiera tibetana e urlato slogan reazionari quali ‘Tibet indipendente’; hanno attaccato gli organi di informazione, finanziari, scolastici, di pubblica sicurezza e i dipartimenti chiave; hanno svuotato e incendiato negozi, scuole, autobus e alberghi; hanno ucciso brutalmente molte persone e hanno persino tagliato orecchie alle persone, versando sulle masse innocenti benzina e ‘usando la pena di morte’. Le loro innumerevoli atrocità sono sconvolgenti, orribili e inumane, e fanno vibrare di rabbia. Le loro innumerevoli atrocità ci mettono in guardia e ci insegnano che si tratta di una lotta mortale contro il nemico”.
Soppressione rapida e risoluta della crisi. “Tutti i tibetani devono riconoscere con lucidità che la separazione voluta della cricca del Dalai Lama è la causa principale dell’influenza della stabilità della regione autonoma del Tibet, e costituisce il maggior pericolo per la stabilità e lo sviluppo del Tibet. La stabilità del Tibet influenza la stabilità nazionale e la sicurezza del Tibet influenza la sicurezza nazionale. Una soppressione rapida e risoluta della crisi è la speranza comune dei popoli di tutte le nazionalità della regione autonoma del Tibet, in conformità con l’interesse basilare dei popoli di tutte le nazionalità della regione autonoma del Tibet”.
Una battaglia di annientamento. “In questo momento bisogna adottare misure forti, risolute e decisive, sopprimere l’arroganza aggressiva del nemico, portare velocemente la situazione alla normalità e ripristinare il regolare ordine di vita e di produzione. Bisogna prestare particolare attenzione ai lavori cruciali e ai punti chiave, e riunire le forze militari per condurre una battaglia di annientamento. Bisogna organizzare forze speciali per incrementare gli arresti dei criminali e migliorare la risoluzione di casi giudiziari e nei confronti dei cospiratori che hanno organizzato e diretto questi incidenti, nei confronti dei teppisti che hanno partecipato alle aggressioni, alle devastazioni, ai saccheggi e agli incendi, nei confronti dei principali sabotatori divisionisti, che hanno innalzato bandiere reazionarie e urlato slogan reazionari, è necessario agire secondo la legge, eseguendo arresti veloci e giudizi rapidi, attaccando risolutamente e punendo senza pietà e senza indulgenza”.
Un odio profondo contro il nemico. “Le masse devono restare fedeli alle proprie posizioni, occuparsi della produzione, garantire i rifornimenti, essere sempre un tutt’uno con il partito e il governo, aiutare le persone nelle stesse condizioni, condividere un odio profondo per il nemico, salvaguardare la stabilità sociale e proteggere i risultati duramente conquistati della campagna di modernizzazione e dell’apertura e delle riforme, proteggendo la vita regolare delle masse di tutte le nazionalità e l’interesse di base delle masse.
Il Tibet dalle strade di Pechino
In Cina la distanza tra il potere stabile del Partito Comunista e i confini turbolenti del Tibet la si potrebbe percorrere ogni giorno partendo dalla stazione di Beijing Ovest, destinazione Lhasa: 48 ore e mezzo per tagliare da parte a parte tutta la nazione, dai grattacieli della capitale in fremito pre-olimpico alle vette più alte del mondo.La macchina della censura si è attivata con precisione chirurgica; già da venerdì sera molte testate giornalistiche online non erano raggiungibili, Youtube è stata oscurata, i telegiornali nazionali hanno dato all’argomento rilevanza minima e il Renmin Ribao di Domenica, primo quotidiano cartaceo cinese come tiratura, su dodici pagine non ha dedicato nemmeno un trafiletto alla sommossa tibetana, mentre un articolo a tutta pagina testimoniava la presenza di Hu Jintao ad una sorta di “giornata della natura”, immortalando lo stesso Presidente della Repubblica Popolare nell’atto di innaffiare un albero appena piantato assieme ad alcuni studenti sorridenti : da tre giorni per il resto della Cina, Lhasa è ancora più distante.
Addirittura al Tempio dei Lama di Pechino, presunta sede pechinese della fede lamaista, domenica mattina la situazione era assolutamente normale: i monaci passeggiavano tranquilli vicino all’enorme statua di Buddha della sala principale, circondati da fiotte di turisti tedeschi ed americani sbarcati da decine di pullman dei tour organizzati: the show must go on.
A Wangfujin, la Via del Corso di Pechino, le guide indirizzano i turisti verso un paio di viuzze dove si vendono chincaglierie d’ogni genere, bettole molto poco igieniche dove si possono mangiare spiedini di shanzha caramellati, spiedini di scorpione ed insetti vari creati appositamente per noi waiguoren (come vengono chiamati in Cina gli stranieri): in una decina di minuti le hai visitate tutte e puoi tornare sul viale principale dove, davanti ad un MacDonald mastodontico, George Clooney ti guarda pubblicizzando un orologio di lusso che un cinese medio non si potrebbe permettere nemmeno con anni di lavoro, il primatista mondiale dei cento metri piani è immortalato in posa plastica, sottotitolato da “impossible is nothing”, rigorosamente tradotto in cinese e decorato dal bollino ufficiale dei Giochi Olimpici.
Poco più avanti un gruppo di cinesi fa la fila per prendersi un gelato da Baskin-Robbins, arcinota quanto pessima catena di gelati statunitense: hanno tutti scarpe nike, jeans, capigliature post-punk, alcuni addirittura si cotonano i capelli.
Poi c’è l’onnipresente Yao Ming, cestista ambasciatore della Cina nell’Nba, che pubblicizza qualsiasi oggetto commercialmente rilevante, per la gioia di Mike Stern, Presidente della National Basketball Association, e di tutti i ragazzi di Pechino che indossano canotte da basket extralarge, atteggiandosi nelle discoteche come se fossero nati ad Harlem, non nel Sichuan, dove oggi i loro conterranei hanno assaltato una stazione di polizia e sono morti in otto.
Dopo aver letto questo, se cose dovessere essere ancora un po’ confuse, non resta che andare sul sito www.tchrd.org (Tibetan Centre for Human Rights and Democracy) per dare un’occhiata al rapporto annuale 2007 sui diritti cibili in Tibet.
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