martedì 15 aprile 2008

Finale col botto

Anche questa tornata elettorale è finita, in sostanza con una netta vittoria della Pdl, come era stato dichiarato fin dall'inizio, ma in cui molti avevanon tentao di non crederci (presenti compresi).
Tante novità vere o finte si sono accompagnate al risultato di queste elezioni e mi pare che si possano tutte riassumere in questi brevi stralci di rassegna stampa da "La Repubblica"


"Terza Repubblica, stesso cavaliere"
di Massimo Giannini
".....La Terza Repubblica nasce oggi com'era nata la Seconda, quattordici anni fa. Una vittoria netta e indiscutibile di Silvio Berlusconi. Uno spostamento massiccio e inequivocabile dei consensi verso destra. La storia politica della nazione si compie così, con un moto perfettamente circolare. L'eterna transizione italiana riparte dall'eterna rigenerazione berlusconiana.
Tutto era iniziato con i referendum maggioritari del '93 e la pirotecnica "discesa in campo" del '94. Dopo quattro travagliatissime legislature si ritorna al punto di partenza. Il Cavaliere si riprende l'Italia. Sarà vecchio. Sarà spompato. Sarà "unfit". Ma la maggioranza degli italiani ha deciso di riconsegnargli comunque le chiavi del governo, sanando per la terza volta, con la legittimazione di un voto che equivale ancora una volta a un "condono tombale", le sue inadeguatezze, i suoi conflitti di interesse, le sue traversie giudiziarie. È il verdetto del popolo sovrano che, piaccia o no, in democrazia è l'unica cosa che conta. Dal punto di vista "sistemico", queste elezioni rivoluzionano la geografia politica nazionale. Segnano un deciso passo avanti dell'Italia sul terreno della semplificazione coalizionale e gettano le basi per una conseguente modernizzazione istituzionale....."

"La fine di un'epoca, un Parlamento senza comunisti né socialisti"
di Andrea di Nicola
"Sono passati 60 anni da quando un comunista, Umberto Terracini, firmava la Carta costituzionale della neonata repubblica. Sei decenni dopo, e per la prima volta da quando il fascismo li aveva messi fuorilegge, nel Parlamento italiano non siederanno né comunisti, né socialisti. Il poco più del 3% preso alla Camera dalla Sinistra e l'Arcobaleno e lo 0,9% raccattato dagli eredi di Pietro Nenni e Bettino Craxi non lasciano possibilità. A Montecitorio e Palazzo Madama nessuna targhetta adornerà le stanze dei gruppi parlamentari con i simboli del lavoro che hanno percorso tutto il '900.
I socialisti hanno provato a fare breccia battendo la via del laicismo, della contrapposizione netta, diretta e frontale alllo "Stato clericale" che da Boselli in giù gli eredi del garofano indicavano come il pericolo massimo per il Paese. Ma non ha pagato.
Gli eredi del comunismo nelle sue varie forme ci hanno provato. Hanno provato a rinunciare a nome e simboli per resistere ancora una Legislatura, per portare questo fardello novecentesco nella storia politica del XXI secolo, ma non è bastato....... In un colpo solo, insomma, sono scomparsi la vecchia e la nuova sinistra. Ha pesato l'astensionismo, certo, molti compagni che piuttosto che beccarsi Berlusconi hanno preferito "turarsi il naso" e votare Veltroni, due anni di governo con poche prede nel carniere da esibire al momento della campagna elettorale; un leader un po' appannato dagli stucchi e dagli ori degli appartamenti riservati al presidente della Camera. Pesi diversi e tutti influenti ma resta il fatto che una stagione è finita nel modo più brusco. Nichi Vendola che sarà probabilmente chiamato a ricostruire dopo il terremoto e che è anche il leader più immaginifico che si agita nella sinistra, ormai, extraparlamentare, lo ha detto subito, a caldo: "Il Novecento ci è precipitato addosso"......."

mercoledì 9 aprile 2008

Dance Dance Dance

E' il secondo libro di Murakami Haruki che leggo e lo trovo, se possibile, ancora più affascinante del primo ("L'uccello che girava le viti del mondo", già messo sul blog).
Il protagonista è un giornalista free-lance ossessionato dal sogno ricorrente di una voce conosciuta che, lamentandosi e piangendo, lo chiama dalle stanze di un vecchio albergo di Sapporo, dove aveva trascorso un periodo di vacanza tempo prima.
Decide di ritornarci e si trova di fronte ad una mega-albergo ultralusso che, del vecchio e decadente, mantiene, chissà perchè, solo il nome "Dolphin Hotel".
Lì comincerà la storia che lo farà diventare un detective improvvisato sulle tracce di cadaveri veri o presunti (c'è poi tanta differenza?) negli scenari di una Sapporo sempre immersa in una nevicata che pare infinita, una Tokyo iperrealista, una Honolulu da cartolina.
Diversi personaggio si intrecceranno, o saranno causa, delle sue vicende: tra gli altri una receptionist di albergo al limite dell'isterismo ossessivo-compulsivo, una tredicenne dalla bellezza mozzafiato e dagli strani poteri paranormali, un poeta senza un braccio capace di tagliare il pane in maniera perfetta, un attore dal fascino indescrivibile, misteriose ragazze squillo, una coppia di detective del tutto particolare, un salotto in cui sei scheletri guardano la televisione e un inquietante uomo pecora.
E' un folgorante noir, ma è anche la storia della ricerca costante del senso in una esistenza che si dipana indipendentemente dalla nostra volontà attraverso i legami e i collegamenti più improbabili, in cui noi siamo chiamati solo a "farci vivere" cercando di danzare, un passo dopo l'altro, nella maniera migliore.

Titolo: Dance Dance Dance
Autore: Murakami Haruki
Anno: 1988
Edizione: ET Einaudi, 2001
Pagine: 492
Prezzo: 11 Euro

Sondaggio pre-elettorale

Ormai sondaggi a pochi giorni dalle Elezioni Politiche non si possono più fare e le varie considerazioni assumono via via le connotazioni più disparate, con distacchi tra Pd e Pdl che salgono e scendendono in maniera a dir poco vertiginosa (anche se parrebbe sempre più possibile il cosiddetto "miracolo italiano" della rimonta).
Propongo quindi uno sondaggio inter-nos che più che altro ci può far passare questi ultimi giorni di attesa spasmodica e ci potrebbe magari aiutare ad allentare la tensione sempre più crescente.
Rispondete con un commento riportando compilata la lista seguente (ho considerato solo la Camera dei Deputati, perchè per il Senato la situazioni si farebbe troppo complicata.....).
Prendiamolo un po' come un gioco, quindi BUON DIVERTIMENTO!

ELEZIONI 2008. RISULTATI PROPORZIONALI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
La Destra - Santanchè: %
Lega Nord - Berlusconi: %
Pdl - Berlusconi: %
MpA - Berlusconi: %
IDV - Veltroni
Pd - Veltroni: %
PSI - Boselli: %
SA - Bertinotti: %
Altri: %

Sporco accordo sulle emissioni di CO2

Secondo Greenpeace la Germania starebbe cercando un accordo sottobanco con la Francia (che nel prossimo semestre avrà la presidenza UE) per ottenere sconti sulle emissioni di CO2 a favore della produzione delle proprie auto di lusso.
Attulmente la CO2 non è regolata dalla normativa Euro ma - per fortuna - è in discussione una proposta di direttiva per uno standard sulle emissioni e i movimenti del governo tedesco mirano proprio a indebolire questa direttiva.
Greenpeace propone di firmare una petizione (il link si trova nella fascia laterale del blog) per chiedere al Presidente del Consiglio europeo Janez Janša di prendere una posizione contro questo "sporco accordo" e difendere lo standard medio per le nuove auto di 120 grammi di CO2 per km entro il 2012 (oggi siamo a 160g per km) e di 80 g al 2020.
Purtroppo nel settore delle automobili le emissioni di CO2 stanno crescendo senza controllo: miglioramenti tecnologici non sono orientati verso auto più verdi, ma verso auto più potenti, più grosse, più inquinanti. L'Europa deve adottare standard più rispettosi dell'ambiente e del clima. Perché oggi la tecnologia lo consente!

venerdì 4 aprile 2008

La Cina è potente, ci resta solo la forza della volontà

Riporto di seguito un articolo che apparirà su D di Repubblica domani, ed è una intervista che Anais Ginori ha fatto a Palden Gyatso, monaco buddista incarcerato in Cina per trent'anni.
E' il racconto di una esperienza ai limiti della nostra immaginazione, come se non bastasse quello che è successo poche settimane fa (e che naturalmente i media hanno subito dimenticato), per riproporre il boicottaggio delle Olimpiadi e di un Paese capace di tuna ale sistemaicità nella repressione.

Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".
Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.
A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".
I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.
Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.
Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.
Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".
I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".
Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".
Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".
La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.
"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".
Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.
Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".
Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue".
Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.
Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.
"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".

Un piccolo inciso

Un piccolo inciso nella voluta sospensione in prossimità delle Elezioni: è un commento che ha inviato Daniela; non c'e nisogno di altre parole.

Lo avrai
camerata Kesserling
il monumento che pretendi
da noi italiani
ma con che pietra si
costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati
dal tuo sterminio
non con la terra dei
cimiteri
dove i nostri compagni
giovinetti
riposano in serenità
non con la neve inviolata
delle montagne
che per due inverni ti
sfidarono
non con la primavera
di queste valli
che ti vide fuggire.
Ma soltanto col silenzio
dei torturati
più puro d'ogni macigno
soltanto con la roccia
di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore
del mondo.
Su queste strade
se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso
impegno
popolo serrato intorno
almonumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

PIERO CALAMANDREI

SONO FASCISTA.MA IN SENSO CULTURALE
E NON POLITICO.
E' UNA QUESTIONE DI MEMORIA.DI CUORE.DI STORIA PERSONALE.DI IDEALI

GIUSEPPE CIARRAPICO

martedì 1 aprile 2008

Rassegna stampa Martedì 1 Aprile 2008

Nell'approssimarsi della tornata elettorale fare una rassegna stampa interessante lo trovo un compito sempre più difficile, perchè lo scontro tra le varie parti si fa da poco dialettico (come lo è stato dall'inizio) a sconfortante.
Non parlo di insulti gratuiti e insulsaggini di ogni tipo, ma proprio della noncuranza con cui in un comizio si esprime un opinione, per poi rinnegarla e capovolgerla di fronte agli spetttaori della città vicina.
L'ultimo episodio in ordine di tempo è il caso di Berlusconi che prima lascia spazio alla possibilità di voto per gli immigrati, per poi, rintuzzato dalle minacce di Bossi e Borghezio (sì proprio lui, che per inciso non ho ancora ben capito come possa avere la possibilità di minacciare in anticipo la caduta del governo se venisse fatto un ddl su questo argomento), accusare la "sinistra" (e ci tengo a metterla in virgolettato) di aver riempito l'Italia di immigrati clandestini; e nello stesso tempo rinnegare il famoso "editto bulgaro", ma continuare a sostenere l'uso criminoso della tv pubblica da parte di Santoro.
Dall'altra parte si colloca Veltroni che fa proclami di sinistra ma anche di centro (e diciamo così per essere moderati pure noi), che aborrisce l'inciucio ma anche dà il via libera alle larghe intese nel caso di un governo traballante e così via.
Non a caso poi ho riportato solo due delle parti politiche in gioco, perchè delle altre non se ne sente assolutamente parlare, se non andando a spulciare nei quotidiani di partito, rendendo quindi ovvia la trasformazione di una elezione in cui si scontrano almeno 6 forze politiche con altrettanti premier, ad un duello all'arma bianca con due soli contendenti.
Mi sembra giusto quindi concludere la serie della Rassegna Stampa con un articolo di Michele Ainis sulla Stampa di oggi che parla del popolo dei non-elettori che in maniera sconfortante sembra assumere, in questa elezione, dimensioni inimmaginabili.
Dopo di che l'argomento verrà accantonato (salvo fatti veramente interessanti) per essere riaperto direttamento con il commento su ciò che è accaduto nelle prossime giornate del 13-14 Aprile.

Il Fantasma del non voto
Michele Ainis, la Stampa 01/04/2008
Può darsi che io viva sulla luna, o forse l’Italia è ormai la luna, una crosta tutta sforacchiata dove i vuoti prevalgono sui pieni, dove l’assenza è l’unica presenza. Sta di fatto che inciampo continuamente su un fantasma: quello del popolo votante. Tendo l’orecchio per strada, in autobus, al bar, nei conciliaboli fra colleghi, amici, familiari - e ovunque ascolto un’idea di diserzione, l’idea di lasciar deserta l’urna elettorale. Accendo il computer, e dalla rete rimbalza sullo schermo l’appello del non voto. Non solo tra i grillini, non solo tra gli anarchici o tra chi ha fatto della protesta un sacerdozio, bensì tra i liberali (è il caso di Veneto liberale), così come tra circoli e associazioni delle più varie risme. Ai nastri di partenza della gara elettorale si era presentato perfino un partito, il cui stesso nome recava in sé un ossimoro: «Io non voto». Poi, però, non ha raccolto le 100 mila firme necessarie; almeno in questo, i suoi (non) elettori hanno offerto prova di coerenza.
Questo fenomeno non viene registrato dai sondaggi, che al più disegnano una mela ritagliando la fetta degli indecisi, come se gli indecisi fossero pur sempre decisi a votare. Eppure può diventare la novità più dirompente del prossimo turno elettorale. Perché a un paio di settimane dal verdetto ogni rilevazione misurava almeno un 30% d’incerti, molto di più che nel passato. Perché i pochi sondaggi sull’astensionismo suonano ancora più allarmanti: tale per esempio il dato diffuso lo scorso 17 marzo da Ipr Marketing, secondo cui il 37% dei giovani non andrà a votare. Perché dunque l’esito del voto verrà determinato dal non voto. O meglio, dal voto espresso nel 2006 da parte di chi stavolta non userà la scheda elettorale. Insomma per la sinistra l’astenuto di destra peserà più del vecchio militante di sinistra. E viceversa, naturalmente.
Da qui un grumo d’interrogativi, sul piano politico ma altresì giuridico. Sì, giuridico, benché il diritto sia diventato un legno storto nella patria del diritto. E però non abbiamo forse in circolo una norma costituzionale che proclama il «dovere civico» del voto? Tanto che negli Anni Cinquanta l’elettore non votante aveva l’obbligo di giustificarsi di persona presso il sindaco, che a sua volta ne affiggeva per un mese il nome sull’albo comunale, e per sovrapprezzo gli macchiava il certificato di buona condotta. E adesso? Possiamo desumerne che i pifferai dell’astensione sfruttano l’eclissi del nostro senso del dovere, nonché l’eclissi della Costituzione di cui i doveri collettivi sono figli? Sì e no. Intanto, dal lato formale, c’è almeno una categoria d’astensionisti che non si sottrae al dovere di votare: sono quanti annullano la scheda, o la lasciano bianca. Ma la questione è sostanziale. E s’accompagna agli argomenti che gonfiano il nostro scontento nazionale: i programmi fotocopia, le promesse buone per i grulli, l’aria da inciucio post-elettorale, le liste piene di signorine signorsì, e più in generale un senso di frustrazione, d’impotenza.
Niente di nuovo, verrebbe da obiettare. Dopotutto in democrazia si sceglie quasi sempre il meno peggio. E dopotutto il non voto è sterile, è esso stesso un gesto d’impotenza. Tuttavia gli astensionisti ti rispondono che stavolta la musica è diversa. Perché siamo chiamati a una non scelta, dato che con questa legge elettorale gli eletti sono già stati scelti dai partiti, per giunta senza uno straccio di primarie. Perché se ciò nonostante gli italiani corressero in massa verso i seggi, vorrebbe dire che accettano il sopruso. Perché dunque gli astensionisti s’appellano al diritto evocato nell’Antigone di Sofocle, il diritto d’opporsi contro una legge ingiusta. Ecco, è proprio il divorzio fra giustizia e legge la colpa più nefanda di cui la politica si sia resa responsabile. Ed è questo divorzio che ha allevato poi l’antipolitica, la quale giunge adesso al suo primo riscontro elettorale. Nel 2006 il non voto toccò quota 9 milioni. Se il 13 aprile - come tutto lascia presagire - vi s’aggiungerà un altro milione d’italiani, otterremo una misura della nostra malattia.