sabato 17 maggio 2008

Buone notizie sull'olio di palma

Mi piace riportarla perchè è una buona notizia che soprattutto da soddisfazione, in quanto è il risultato di un piccolo sforzo e permette di credere che le cose che si fanno hanno comunque un certo peso.
Nei giorni scorsi avevo aderito ad una campagna indetta da Greenpeace per sollecitare Unilever (produttrice ad esempio del sapone Dove) ad intraprendere una serie di iniziative per tutelare la provenienza dell'olio di palma (elemento base dei suoi cosmetici)ed in particolare per contrastare il sempre più frequente fenomeno della deforestazione per far spazio a tale coltivazione.
Bene, due giorni fa mi è arrivata personalmente via mail la risposta (del tutto inattesa) della Unilever per informarmi dei progetti dell'azienda riguardo le richieste che le erano state presentate.
Mi sembra giusto riportarla per intero perchè rappresenta un grande gesto di civiltà, soprattutto in questi periodi che ne risultano sempre più carenti.

La ringraziamo per la sua mail riguardante l'Olio di Palma

Siamo molto lieti di ricevere le sue riflessioni e opinioni sui nostri
marchi e i nostri prodotti. Compreso il suo pensiero sull’importante
problema dell’olio di palma.
Con questa mail desideriamo aggiornarla sui recenti sviluppi e renderla
partecipe delle azioni che Unilever ha deciso di adottare.

Forse è già a conoscenza del fatto che, il 1 maggio 2008, abbiamo
annunciato la volontà di garantire per il 2015 che TUTTO l’olio di palma
che usiamo provenga esclusivamente da fonti sostenibili. L’origine di
queste forniture sarà certificata da enti certificatori terzi e
indipendenti.
Allo stesso tempo abbiamo anche comunicato la nostra scelta di supportare
un’ immediata azione di moratoria nel caso in cui si verifichino altre
deforestazioni in Indonesia per la coltivazione dell’olio di palma.

Nessun’altra azienda ha preso una posizione così radicale. Unilever è
ragionevolmente e credibilmente in grado di farlo perché sta lavorando alla
certificazione di sostenibilità delle coltivazioni di olio di palma da più
di 10 anni. Abbiamo cominciato nel lontano 1995 istituendo un nostro
personale programma di agricoltura sostenibile. Nel 2004 abbiamo preso
l’iniziativa di costituire un organismo composto da molteplici stakeholder-
la Roundtable on Sustainable Oil- di cui al momento siamo anche presidenti.

Abbiamo intrapreso sin da subito una serie di azioni per raggiungere il
nostro obiettivo al più presto:

• Stiamo cercando di creare una grande coalizione di aziende con simili
orientamenti e Ong – compreso Greenpeace - per unire le forze e agire
efficacemente e velocemente. Unilever è solo una parte della soluzione.

• Intraprenderemo delle azioni con il Governo Indonesiano per ottenere il
loro appoggio sul territorio.


• Assicureremo che la Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO) supporterà
il cambiamento applicando sanzioni ai fornitori che continueranno a
praticare azioni illegali di deforestazione.

• Cominceremo ad acquistare olio di palma sostenibile a partire dalla
seconda metà di quest’anno non appena sarà disponibile olio certificato in
modo da dare il calcio d’inizio al mercato di questo “nuova” materia prima.
Per questo useremo il modello di certificazione creato dalla Roundtable
alla fine dello scorso anno, basato su criteri condivisi da tutti, che
include il divieto di deforestazione delle foreste pluviali.

Crediamo che questo impegno avrà un impatto positivo contemporaneamente sia
sui cambiamenti climatici che sulla protezione delle foreste pluviali.
Farlo entro il 2015 è un obiettivo realistico che ci siamo imposti
considerando la complessità della struttura della catena di
approvvigionamento - nella quale è necessario annoverare tutti: dai grossi
coltivatori ai piccoli produttori - e la difficoltà è proprio quella di
instaurare una piena tracciabilità completa di tutte le parti interessate
nella produzione dell’olio di palma.

Riferiremo regolarmente i nostri progressi e la invitiamo a documentarsi
sul nostro impegno, per saperne di più potrà monitorare i nostri risultati
collegandosi al sito internet www.unilever.com.

Spero che questa informazione possa rassicurarla circa la serietà con cui
intendiamo arrivare alla soluzione del problema e circa il profondo impegno
che noi, insieme ai nostri partner, stiamo dedicando al cambiamento.
Ci impegniamo in questo perché siamo convinti che sia la maniera giusta
d’operare nei confronti dell’ambiente, delle persone che usano i nostri
prodotti e delle comunità che vivono nelle zone di coltivazione dell’olio
di palma.

Grazie per la sua opinione - siamo ansiosi di darle nuovi aggiornamenti sui
nostri progressi.

Cordialmente

Lettemieke Mulder
Direttore Responsabilità d’Impresa e Relazioni con le Ong
Unilever

Commercio illegale di carne di balena

Alla faccia della caccia alle balene a scopo scientifico perpetrata dal Giappone con il tacito avvallo delle autorità mondiali.
Di seguito riporto l'articolo presente sul sito di Greenpeace Italia che parla della tragica scoperta fatta da Greenpeace stessa sul traffico illecito di carne di balena fatto dai giapponesi.
Lo si deve leggere e poi si deve firmare la petizione per chiedere al governo giapponese che faccia partire una seria indagine in merito a questo scandaloso scempio.

Secondo le informazioni raccolte da Greenpeace, i membri dell'equipaggio della Nishin Maru si spartiscono i pezzi migliori di carne, li sbarcano nel loro bagaglio personale e li rivendono ai trafficanti di carne di balena. Anche gli ufficiali delle navi, il personale della Kyodo Senpaku, (la compagnia che controlla le operazioni della flotta baleniera giapponese) e l'ICR (Istituto di Ricerca sui Cetacei che gestisce la "ricerca scientifica") sapevano di questi traffici che durano da decenni.Dopo l'arrivo della Nishin Maru a Tokyo, lo scorso 15 aprile, Greenpeace ha documentato che carne di balena veniva caricata su un camion speciale, alla presenza degli ufficiali della Kyodo Senpaku e dell'equipaggio, e ne ha seguito il percorso fino a un deposito. Una delle casse è stata intercettata dagli attivisti per verificarne il contenuto fraudolento. La bolla di consegna indicava come contenuto "cartone" ma in realtà la cassa conteneva 23,5 kg di carne di balena salata di "prima scelta", per un valore di circa 2.000 euro. Gli informatori di Greenpeace affermano che ogni anno una ventina di membri dell'equipaggio portano via fino a 20 casse ciascuno. Ulteriori indagini in bar e ristoranti in varie località del Giappone hanno confermato che questi negozi erano in attesa di una consegna imminente di carne di balena. Ma l'ICR e il Ministero della Pesca giapponese metteranno in vendita la carne di balena solo alla fine di giugno.La "ricerca scientifica", che fa da copertura alla caccia baleniera giapponese, è piena di scandali ed è avversata dalla maggior parte dei Paesi. Quest'ultima vergogna denunciata da Greenpeace fa affiorare dubbi su chi ci guadagna davvero da un programma di caccia che è inutile dal punto di vista scientifico ed è economicamente insostenibile.Gli informatori di Greenpeace parlano anche di tonnellate di carne di balena rigettate in mare perché in eccesso rispetto alla capacità operativa della Nishin Maru, noduli cancerosi rimossi da parti di carne comunque immesse in commercio e condizioni di lavoro proibitive causate dall'aumento delle quote di caccia.

giovedì 15 maggio 2008

Sulla polemica contro Travaglio

Mi sembra si stia facendo sempre più spinosa la questione sollevata da Marco Travaglio sulle sue dichiarazioni rese alla trasmissione "Che Tempo che fa" sull'attuale presidente del Senato, coronate da un continuo botta e risposta tra Travaglio stesso e il gota del giornalismo nazionale (rappresentato in questo caso dal direttore di Repubblica).
Indipendentemente da ciò che uno personalmente pensa della questione, mi sembra che prioritariamente si debba considerare il fatto che una parte consistente dell'intelligentia italiana continui a condannare "metodo Travaglio" senza nemmeno rendersi conto che tutto il polverone alzato deriva principalmente dalla loro azione.
Innazitutto il libro di Travaglio che riporta ciò che il giornalista ha detto in diretta televisiva è stato pubblicato 45 giorni fa: come mai nessuno prima si è posto il problema? Forse perchè effettivamente fino a che le cose sono scritte in un libro e visto che nessuno in Italia legge, il problema è come se non esistesse, diverso invece è il caso in cui le notizie appaiano in televisione, che tutti gli italiani guardano.
In secondo luogo mi sembra che nessuno abbia condannato o calunniato alcuno, semplicemente sono stati riportati fatti già evidenziati nel 2002 da un articolo di Franco Giustolisi e Marco Lillo su L'Espresso. E' logico che la cosa rispunti dal dimenticatoio quando la persona di cui si parla è diventata Presidente del Senato (ovvero la seconda carica dello Stato Italiano).
Terzo punto non capisco come D'Avanzo possa ostinatamente portare avanti una linea difensiva (di cui tra l'altro non se ne capisce il significato, se non procedendo sul terreno minato di inquietanti dietrologismi, tra accordi bipartisan, una nuova stampa di sistema votata al sacrificio tout court e gli immancabili baci e abbracci a profusione) alquanto scoordinata, giocando su minime distanze temporali tra gli eventi (scambiando un paio di anni con mezzo secolo di storia) e costantemente aggrappandosi (forse per ovvia mancanza di argomenti) alla tecnica dell'attacco personale.
Mi sembra giusto quindi riportare integralmente l'articolo di cui tanto si parla, per fugare dubbi e incomprensioni, ricordando che alla sua uscita gli autori sono stati prontamente querelati e nel 2007 il Giudice ha stabilito la veridicità delle notizie in esso riportate.

Quando, dopo una settimana di nottate, blitz e tranelli ha portato a casa l'approvazione della legge sul legittimo sospetto, Renato Schifani ha sottolineato con il consueto senso delle istituzioni la sua vittoria sull'Ulivo: «Li abbiamo fregati». Il capo dei senatori forzisti è fatto così. «È la mia chiarezza che dà fastidio alla sinistra», ha detto a un settimanale che gli ha dedicato un editoriale lodando «lo stile Schifani». Questo avvocato di 52 anni, nonostante il riporto e gli occhiali da archivista, è l'uomo prescelto da Silvio Berlusconi come volto ufficiale di Forza Italia. E lui lo ripaga come può. In un articolo sul "Giornale di Sicilia" dal titolo "Cavour e il conflitto di interessi" afferma che anche lo statista piemontese era «in potenziale macroscopico conflitto di interessi perché aveva il giornale "Il Risorgimento", partecipazioni bancarie, grandi proprietà terriere e un'intensa attività affaristica». Proprio come Berlusconi, insomma, eppure nessuno gli disse nulla. Peccato che, come scrive Rosario Romeo a pagina 451 della sua biografia, Cavour appena diventò ministro «decise in primo luogo di liquidare gli affari nei quali era stato attivo fino ad allora». Ma Schifani per amore del capo è disposto a sfidare anche il ridicolo. Come quando si fa riprendere in tv accanto al santino del leader neanche fosse Padre Pio. Avvocato civilista e amministrativista, 52 anni, sposato e padre di due figli, amante delle isole Egadi, è stato eletto nel collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che ha dato il cento per cento degli eletti a Forza Italia. Per descrivere l'eroe del legittimo sospetto, l'uomo che ha scavato nottetempo la via di fuga dal processo milanese per Berlusconi e Previti, si potrebbe partire dalle sue radici democristiane. Ma applicando alla lettera il suo credo, «non bisogna usare il politichese ma parlare con serenità il linguaggio dell'uomo comune», sarà meglio partire da una constatazione: il capo dei senatori di Forza Italia è stato socio di affari (leciti) con presunti usurai e mafiosi.

Sua eccellenza Filippo Mancuso, solitamente bene informato, ha definito così il suo ex compagno di partito: «Un avvocato del foro di Palermo specializzato in recupero crediti». Schifani gli ha risposto con una lettera in cui difende la sua «onesta e onorata carriera» e nega di avere mai svolto una simile attività. Negli archivi della Camera di commercio di Palermo risulta però una società, oggi inattiva, costituita nel 1992 da Schifani con Antonio Mengano e Antonino Garofalo: la Gms. L'avvocato Antonino Garofalo (socio accomandante come Schifani) è stato arrestato nel 1997 e poi rinviato a giudizio per usura ed estorsione nell'ambito di indagini condotte dal sostituto Gaetano Paci della Procura di Palermo. L'ex socio di Schifani è ritenuto il capo di un'organizzazione che prestava denaro nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento. Schifani non è stato coinvolto nelle indagini ma certo non deve essere piacevole scoprire di essere stato socio con un presunto usuraio in un'impresa che come oggetto sociale non disdegnava: «L'attività esattoriale per conto terzi di recupero crediti e l'attività di assistenza nell'istruttoria delle pratiche di finanziamento...».
Schifani è stato sempre sfortunato nella scelta dei compagni delle sue imprese. In un rapporto dei carabinieri del nucleo di Palermo, di cui "L'Espresso" è in grado di rivelare i contenuti, si ricostruisce la storia di un'altra strana società di cui il capogruppo di Forza Italia è stato socio e amministratore per poco più di un anno. Si chiama Sicula Brokers, fu istituita nel 1979 e oggi ha cambiato compagine azionaria. Tra i soci fondatori, accanto a un'assicurazione del nord, c'erano Renato Schifani e il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, nonché soggetti come Benny D'Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà. Nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono. Benny D'agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa Nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato un viaggio memorabile sulla sua Ferrari da Napoli a Roma assieme a Michele Greco, il papa della mafia.
Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra arrestati da Falcone nel lontano 1984 e condannati in qualità di capimafia della famiglia di Salemi. Nino Mandalà, infine, è stato arrestato nel 1998 ed è attualmente sotto processo per mafia a Palermo. Questo ex socio di Schifani e La Loggia era il presidente del circolo di Forza Italia di Villabate, un paese vicino a Palermo e proprio di politica parlava nel 1998 con il suo amico Simone Castello, colonnello del boss Bernardo Provenzano mentre a sua insaputa i carabinieri lo intercettavano. Mandalà riferiva a Castello l'esito di un burrascoso incontro con il ministro Enrico La Loggia, allora capo dei senatori di Forza Italia. Mandalà era infuriato per non avere ricevuto una telefonata di solidarietà dopo l'arresto del figlio (poi scagionato per un omicidio di mafia). E così raccontava di avere chiuso il suo colloquio con La Loggia: «Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso. A quel punto lui si è messo a piangere». La Loggia ha ammesso l'incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa. E anche Mandalà al processo ha parlato di millanteria. Nella stessa conversazione intercettata Mandalà parlava di Schifani in questi termini: «Era esperto a 54 milioni all'anno, qua al comune di Villabate, che me lo ha mandato il senatore La Loggia».Schifani è stato sentito dalla Procura e, senza falsa modestia ha spiegato con la sua bravura la consulenza e lo stipendio: «Il mio studio è uno dei più accreditati in campo urbanistico in Sicilia». Ma per La Loggia sotto sotto c'era una raccomandazione: «Parlai di Schifani con Gianfranco Micciché (coordinatore di Forza Italia in Sicilia) e dissi: sta sprecando un sacco di tempo e quindi avrà dei mancati guadagni facendo politica. Vivendo lui della professione di avvocato dico se fosse possibile fargli trovare una consulenza. È un modo per dirgli grazie. E allora parlammo con il sindaco Navetta». Il sindaco Navetta è il nipote di Mandalà e il suo comune è stato sciolto per mafia nel 1998.
Il capogruppo di Forza Italia è stato sfortunato anche nella scelta dei suoi assistiti. Proprio un suo ex cliente recentemente ne ha fatto il nome in tribunale. La scena è questa: Innocenzo Lo Sicco, un mafioso pentito, il 26 gennaio del 2000 entra in manette in aula a Palermo e viene interrogato sulla vicenda di un palazzo molto noto in città, quello di Piazza Leoni. Le sue parole fanno balenare pesanti sospetti: «L'avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi perché, così mi disse, fecero una sanatoria e lui era riuscito a farla pennellare sull'esigenza di quegli edifici. Era soddisfattissimo. Perché lo diceva a me? Ma perché io lo avevo messo a conoscenza di qual era la situazione, l'iter, le modalità del rilascio della concessione...».La Procura dopo aver analizzato le parole del pentito non ha aperto alcun fascicolo per la genericità del racconto. Comunque la storia di questo palazzo, scoperta dal giornalista de "la Repubblica" Enrico Bellavia, è tutta da raccontare. Comincia alla fine degli anni Ottanta quando Pietro Lo Sicco, imprenditore finanziato dalla mafia e zio di Innocenzo, mette gli occhi su un terreno a due passi dal parco della Favorita, una delle zone più pregiate di Palermo. Lo Sicco vuole costruirci un palazzo di undici piani ma prima bisogna eliminare due casette basse che appartengono a due sorelle sarde, Savina e Maria Rosa Pilliu, che non vogliono svendere. Pietro Lo Sicco le minaccia e le sorelle si rivolgono alla polizia. Ma la mafia è più lesta della legge: Lo Sicco ottiene la concessione edilizia grazie a una mazzetta di 25 milioni di lire e comincia ad abbattere l'appartamento a fianco. Quando le sorelle vedono avvicinarsi il bulldozer cominciano ad arrivare nel loro negozio i fusti di cemento. Il messaggio è chiaro: finirete lì dentro. Lo Sicco smentisce di essere il mandante ma la Procura offre alle Pilliu il programma di protezione. Oggi le sorelle sono un simbolo dell'antimafia: vivono proprio nel palazzo costruito da Lo Sicco e confiscato dallo Stato. Il costruttore è stato condannato a 2 anni e otto mesi per truffa e corruzione a cui si sono aggiunti sette anni per mafia.All'inaugurazione del nuovo negozio costruito grazie al fondo antiracket, il senatore Schifani non c'era. Era dall'altra parte in questa vicenda. Il suo studio ha difeso l'impresa Lo Sicco davanti al Tar. Il pentito Innocenzo Lo Sicco, ha raccontato che lui stesso accompagnava l'avvocato Schifani negli uffici per seguire la pratica. Certo all'epoca l'imprenditore non era stato inquisito e il senatore non poteva sapere con chi aveva a che fare anche se il genero di Lo Sicco era sparito nel 1991 per lupara bianca. In quegli stessi anni Schifani assisteva anche altri imprenditori che sono incappati nelle confische per mafia, come Domenico Federico, prestanome di Giovanni Bontade, fratello del vecchio capo della cupola Stefano. Un settore quello delle confische che il senatore non ha dimenticato in Parlamento. Quando ha presentato un progetto di legge (il numero 600) per modificare la legge sulle confische e sui sequestri.

Quest'uomo sfortunato nelle frequentazioni è Presidente del Senato, simbolo di una Forza Italia dura che punta al Quirinale, premio ad un parlamentare per la cieca fedeltà al capo. Uomo che ha avuto subito parole di equilibrio e da tutti ha ricevuto applausi e complimenti (tranne che dagli esponenti di Idv), anche se la sua più grande prova politica (e direi abbastanza recente da potersene ricordare con facilità) è stato il famoso Lodo Schifani che sospese i processi in corso contro le più alte cariche dello Stato (in quel momento Berlusconi era premier) poi dichiarato incostituzionale (ma come, la seconda carica dello stato che fa una legge incostituzionale?).
Bene, se una democrazione per funzionare bene non ha bisogno di cattivi esempi, direi che i primi passi sono stati veramente pessimi.

mercoledì 14 maggio 2008

Se li conosci li eviti

Ieri sera ho assistito alla presentazione del libro di Travaglio "Se li conosci li eviti", resa naturalmente ancora più densa di significato dagli ultimi eventi mediatici (ovvero dal comune diniego da parte di tutta la classe politica dopo le esternazioni del giornalista durante la presentazione del libro nella trasmissione di Fabio Fazio).
Il quadro che ne è uscito della realtà governativa italiana è apparso a dir poco inquietante con uomini piccoli e pseudo-grandi che possono fare ormai il bello e cattivo tempo, in assenza di una vera libertà di stampa che sia in grado di stigmatizzarne e denunciarne le azioni.
Personaggi che anche a me parevano integerrimi, o comunque dotati di un certo spessore politico, si sono rivelati omuncoli in un mondo di poltrone e baci prima dati e poi spudoratamente rinnegati, e la definitiva presa di coscienza di una nazione che, in barba alla sua storia, non ha più la sinistra in parlamento e una vera critica opposizione nella società.
E' vero che esistono personaggi di valore assoluto in questo marasma, e che non si può sempre fare del qualunquismo spicciolo e di tutta un erba un fascio (sottolineo che il riferimento non è assolutamente casuale), ma se i "buoni" occupano 8 pagine in un libro che ne conta circa 570, qualche domanda è necessario porsela.
Forse le persone che erano presenti ieri sera (e la sala in cui si è tenuta la conferenza era stracolma di gente) se la sono posta e anche in maniera seria, ma allora perchè la storia ha avuto questo finale e, soprattutto, è mai possibile che si incontrino solo persone consapevoli del degrado a cui si è arrivati e vogliose di un rinnovamento radicale (insomma, qualcuno questa gente l'ha votata e questo governo fino a prova contraria è stato votato dalla maggioranza degli italiani)?
Una cosa però mi ha lasciato perplesso: è vero che Travaglio è un bravo giornalista e un altrettanto bravo intrattenitore, ma ad ogni sua uscita la sala si sbellicava dalle risate sulle tragicomiche vicissitudini dei nostri politici, beh io non riesco proprio a ridere dello squallore imperante, soprattutto perchè ormai mi ricopre ben oltre il collo.
Nota a parte della serata è stata la presenza di Salvatore Borsellino (fratello del magistrato ucciso dalla mafia), il cui accorato appello alla legalità (non più alle istituzioni, in cui la parola legalità è stata bandita da tempo) e il cui senso di dovere civico hanno nuovamente ridato lustro e dignità ad un cognome che di più non poteva fare per il nostro Paese.

Nelle terre estreme

Chris Mc Candless nell'Aprile del 1992 decide di incamminarsi da solo negli immensi spazi selavggi dell'Alaska. Due anni prima, terminati gli studi, aveva abbandonato tutti i suoi averi e donato i suoi risparmi in beneficenza, tutto per poter lasciare la civiltà e immergersi completamente nel mondo della natura. Non adeguatamente equipaggiato e senza alcuna preparazione alle condizioni estreme che avrebbe incontrato, sarebbe stato trovato morto da un cacciatore quattro mesi dopo la sua partenza per le terre a nord del Monte McKinley. Accanto al cadavere fu trovato un diario che Chris aveva inaugurato al suo arrivo in Alaska e che ha permesso di ricostruire le sue ultime settimane.
Jon Krakauer è rimasto letteralmente ossessionato da questa vicenda, tanto da scriverne prima un articolo sulla rivista Outside, e poi da approfondire tanto le ricerche e la raccolta di informazioni (percorso durato circa tre anni) che hanno portato a questo libro.
In questo libro, in puro stile giornalistico americano, l'autore cerca di ripercorrere le strade su cui si è incamminato Chris in quei due anni, per poter capire cosa abbia spinto il ragazzo ad intraprendere il viaggio alla ricerca di un tale stato di purezza assolita a contatto con la natura incontaminata.
Alla fine risulta però non solo il resoconto delle vicende di Alex Supertramp (il soprannome che Chris si era dato al momento di intraprendere il viaggio), ma anche una metafora sul rapporto tra la nostra civiltà e la natura che lo circonda, è un formidabile tentativo di percorre le tensioni e le segrete vibrazioni giovanili.
Da questo libro Sean Penn ha tratto il suo ultimo meraviglioso film "Into the Wild", che a parere personale è riuscito in maniera più completa e profonda a raggiungere l'obbiettivo che Jon Krakauer si era proposta sulla carta stampata. Nel film le conclusioni cui giunge Krakauer vengono meglio esplicitate e soprattutto visualizzate in maniera organica nella lunga marcia di Chris (soprattutto il percorso di maturazione cui il ragazzo va incontro e che alla fine lo porterà a dire, con le parole di Paternak nel "Dottor Zivago", che la felicità non può essere tale se non la si può condividere con qualcuno) e, forse perchè libero da uno stile di scrittura più che altro giornalistico (comunque assolutamente profondo e impeccabile), riesce meglio a rendere la bellezza dell'adolescente-uomo che si ribella con tutto se stesso al sistema.

Titolo: Nelle terre estreme
Autore: Jon Krakauer
Anno: 1996
Edizioni: Corbaccio
Pagine: 268
Prezzo: Euro 16,60

lunedì 12 maggio 2008

CO2 sottoterra? una truffa

Da un reportage di Greenpeace Italia, visibile sul suo sito internet

La CCS è un processo integrato che prevede la cattura e lo stoccaggio di CO2. Un nuovo rapporto
La
di Greenpeace denuncia che questa tecnologia è immatura, costosa e rischiosa. Oggi lo sviluppo della CCS – promosso in Italia da Enel - è solo una giustificazione per costruire nuove centrali a carbone. Il carbone pulito non esiste. Efficienza energetica e rinnovabili sono le uniche vere soluzioni per fermare i cambiamenti climatici.CCS consiste nel catturare la CO2 prodotta dalle centrali termoelettriche, per confinarla sottoterra. Ma nessun progetto al mondo è oggi in grado di integrare con successo nello stesso impianto le tecniche di “cattura” a quelle di “stoccaggio”. Non esiste alcun esempio di CCS applicata a impianti di scala industriale. Compromessa da incertezze su fattibilità e costi, la CCS non sarà commercialmente disponibile prima del 2030: arriverà troppo tardi per salvare il Pianeta da una già annunciata crisi climatica.
Il rapporto “Il confinamento della CO2: un’illusione” dimostra, inoltre, che le perdite in termini di efficienza rispetto a un impianto sprovvisto di CCS sono notevoli, tali da annullare i miglioramenti degli ultimi 50 anni. La CCS potrebbe far raddoppiare i costi delle centrali, con aumenti nel prezzo dell’elettricità stimati del 20-90%. Una fuga di emissioni pari ad appena l’1% potrebbe invece compromettere qualsiasi beneficio per il clima nel lungo periodo.
In Italia
Enel continua a parlare di ‘carbone pulito’, come se fin da oggi fosse possibile confinare le emissioni di CO2 sottoterra. Enel abbia allora il coraggio di non inaugurare la nuova centrale a carbone di Civitavecchia fino a quando non sarà in grado di sequestrarne le emissioni di CO2. Ogni anno l’impianto di Civitavecchia immetterà in atmosfera circa 10 milioni di tonnellate di CO2, mentre l’Italia dovrebbe abbatterne 100 milioni per rientrare nei parameri di Kyoto entro il 2012.
C’è il rischio che futili investimenti nella CCS sottraggano risorse allo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, strumenti indispensabili per contrastare i peggiori effetti dei cambiamenti climatici. È quanto dimostrato da Greenpeace attraverso i rapporti “Energy [R]evolution” e “Future Investments”. Molti Governi stanno già riversando soldi pubblici nella CCS, e la stessa Commissione europea subisce le pressioni di compagnie energetiche che chiedono di ricevere incentivi per una tecnologia inutile.

E' possibile collegarsi al sito di Greenpeace per scaricare in formato PDF la relazione completa sulla CCS (http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/rapporti/ccs.pdf)

La notte del Drive-in

Finalmente si è conclusa la saga de "La notte del Drive-in" con il suo terzo volume ora pubblicato anche in Italia, rendendo definitiva la storia horror-fantascientifica che ha fatto conoscere Lansdale agli italiani.
Nel primo volume tutto si svolge nel più grande drive-in che sia mai esistito: l'Orbit. Siamo in Texas, è venerdì sera e l'Orbit è stipato di gente affamata di popcorn e Coca-cola in attesa che cominci la Mitica Nottata Horror; tra questi quattro amici: Jack, Bob, Randy e Willard. Sul più bello una cometa rosso sangue dal sorriso beffardo corre nel cielo sopra i quattro giganteschi proiettori e trascina con sè uno scuro velo che isola il drive-in dal resto del mondo. Lo scenario si trasforma in un film dell'orrore dove gli spettatori sono i protagonisti stessi. Chiusi in un lager, in costante iperglicemia perchè costretti a nutrirsi solo di popcorn, bibite gasate e noccioline ricoperte di cioccolato, tutti si trasformano in una folla istupidita, imbarbarita e obbligata a vedere per settimane ininterrottamente "La notte dei Morti Viventi". La vita si trasforma in una macabra riedizione dei peggiori film horror di serie Z, dove la folla inizia a nutrirsi di cadaveri (sempre più spesso prima che lo diventino) e a compiere scempi e abominii di ogni genere, sotto la sferza del mitico Re del Popcorn, risultato della fusione dei corpi di Willard e Randy abbandonatisi alla follia totale e investiti dai lampi bluastri provenienti dall'insegna dell'Orbit, capace di vomitare popcorn dotati di occhi con cui sfama i suoi sudditi; tutto fino alla stretta finale quando Jack, insieme a Bob e Banditore, riescono ad ucciderlo ma per questo vengono crocifissi dalla folla cui è stato tolto il re e rischiano di venir bruciati vivi quando, sul più bello, si rivede nel cielo la cometa rossa e il drive-in viene liberato dalla coltre di buoi che lo avvolgeva.
Nel secondo volume si racconta la scoperta da parte dei sopravvissuti del mondo fuori dal drive-in: un intricato groviglio di foreste abitate dagli animali più impensati (tra cui molti dinosauri) attraversato da un'unica strada. Jack, Bob e nuovi personaggi iniziano a percorrerla fino a scoprire di essere ritornati all'Orbit, ora abitato da una nuova divinità: Popalong Cassidy, uomo dalla faccia a forma di televisore, su cui ininterrottamente scorrono immagini e spezzoni di film e pubblicità con cui riesce ad ammaliare i propri adepti, che afferma di essere stato trasformato e investito del suo ruolo dagli dei che vivono al di là delle nuvole, che lui è riuscito a raggiungere scalando una immensa piramide fatta di televisori. Anche qui Jack e compagni (tra cui Grace, esperta di arti marziali dal corpo mozzafiato) arrivano allo scontro finale uccidendo il divino e decidendo di creare una nuova comunità sulle ceneri del vecchio drive-in.
Nel terzo volume i protagonisti si sentono sempre più oppressi dalla realtà del drive-in (in cui tra l'altro cominciano ad aggirarsi i figli del Re del Popcorn, bambini ritardati con un occhio solo capaci di spostare le cose con il potere della mente), per cui decidono di riprendere il cammino lungo una strada secondaria appena scoperta a bordo di un autobus scolastico giallo. Andranno in contro ad una inondazione di proporzioni bibliche che li trascinerà in un lago dalle dimensioni immense, in cui un pesce gatto capace di inghiottire a balena di Giona ne farà un sol boccone. All'interno dello strano pesce faranno conoscenza con una comunità di umani diventata ormai ciò che di più malvagio si possa immaginare, e altro di meglio non potranno fare se non scappare dal deretano della bestia. Finalmente però, seguendo la visione di un ponte di dimensioni inimmaginabili che squarcia le nuvole (mentre tutto il mondo sembra letteralmente cadere a pezzi), arriveranno alla fine del viaggio, dove si schiuderà loro la spiegazione di tutto e dove gli orrori del mondo prendono la forma di smisurate e ridacchianti fantasie infantili.
Opera magnifica, tra l'horror e la fantascienza tout court, per cui vale semplicemente ciò che Ammaniti ha scritto: "Io consiglierei a un analfabeta di imparare a leggere solo per poter conoscere Lansdale".

Titolo: La notte del drive-in + La notte del drive-in 3
Autore: Joe R. Lansdale
Edizione: Einaudi Stile Libero
Anno: 1988 + 1989 + 2005
Pagine: 331 + 232
Prezzo: Euro 11 + 11,80