martedì 23 settembre 2008

La finestra rotta

Ebbene sì, lo devo ammettere: dopo la delusione per un libro su cui nutrivo tante aspettative (e di cui mai rivelerò, nemmeno sotto tortura, il titolo), ho deciso di rifugiarmi nella lettura sicura di un thrillerone best-seller.
La scelta è caduta sull'ultimo di Jeffery Deaver e devo dire che, nonostante le mie titubanze iniziali, ne sono rimasto soddisfatto.
La struttura è quella del thriller classico: un serial killer spietato, un coppia di detective geniali (Lincoln Rhyme e Amelia Sachs del famosissimo "Collezionista di Ossa"), colpi di scena come se piovesse, il finale che chiude positivamente il caso ma apre uno spiraglio per far intuire quale sarà il soggetto del prossimo romanzo.
In sostanza Arthur Rhyme (cugini del celeberrimo) viene arrestato per omicidio, le prove trovate sulla scena del delitto e sulla macchina del sospettato sono indiscutibili, ma il nostro impareggiabile genio della Crime Scene scopre l'arcano della montatura e riesce a capire che dietro a questo crimine, così come a molti altri per cui il colpevolo era già stato trovato, si cela un serial killer dal potere apparentemente infinito: non si sa come ma riesce a sapere tutto delle sue vittime.
Inizia così una caccia all'uomo, in cui i ruoli di gatto e di topo si invertono periodicamente, sullo sfondo di una società sempre più spiata da ditte di data mining capaci di scrutare nell'intimità delle persone per capirne i gusto e prevederne le scelte (non a caso negli incipit dei vari capitoli viene spesso richiamato 1984 di Orwell).
L'autore non è sicuramente un genio della letteratura mondiale, ma sicuramente un ottimo mestierante capace di confezionare una trama avvincente che riesce a mantenere alta l'attenzione e la tensione del lettore per più di 500 pagine: un romanzo da non sottovalutare per passare il classico pomeriggio domenicale in casa con una tazza di cioccolata calda, quando fuori il tempo è freddo e buio.

Titolo: La finestra rotta - The broken window
Autore: Jeffery Deaver
Anno: 2008
Edizione: Rizzoli romanzo
Pagine: 563
Prezzo: Euro 21,50

martedì 16 settembre 2008

La morte di David Foster Wallace

Questa è la notizia dura e cruda: il 12 settembre 2008 alle ore 21:30 lo scrittore statunitense David Foster Wallace è stato trovato dalla moglie morto impiccato nella loro casa di Claremont nel sud della California, aveva 46 anni.
Uno scrittore che da subito ho inserito nella categoria dei "più grandi", dal talento incommensurabile tanto da poterlo definire il più grande scrittore vivente!
Lo shock è stato immenso, tanto più dopo che, quasi a sbeffeggio, avevo deciso la settimana prima di utilizzare questo blog per ripercorrere le tappe del suo capolavoro (Infinite Jest) facilitando la lettura di questo IMMENSO romanzo che lo ha consacrato al mondo intero.
Più ci penso più l'iniziale tentazione di lasciare perdere tutto si dissolve progressivamente, lasciando spazio alla sempre più crescente voglia di riprendere in mano il libro, soprattutto ora che anche nella realtà virtuale la notizia è stata assimilata e rielaborata (se guardate su Wikipedia, sia in italiano che in inglese, la pagina dedicata all'autore è stata modificata).
Nessuno potrà mai sapere il motivo che lo ha spinto a questo per cui è del tutto inutile anche solo porsi la domanda, per cui vorrei semplicemente chiudere con una citazione proprio da Infinite Jest:
“La persona che ha una così detta «depressione psicotica» e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia» o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme”.

mercoledì 10 settembre 2008

Walden ovvero vita nei boschi

Nel luglio del 1845 Henry D. Thoreau, uno tra i più grandi filosofi americani e sicuramente il più sottovalutato, lasciava la sua casa di Concord - Massachussets per andare a vivere sulle rive del vicino lago Walden in una capanna costruita quasi interamente con le proprie mani.
Lo scopo dell'esperimento (durato due anni e due mesi) era quello di ritornare ad un contatto più intimo con la natura, rifiutando gli ideali capitalistici e industriali che sempre più, secondo l'autore, stavano disumanizzando i suoi concittadini.
Per tutto il tempo visse di ciò che riusciva a procurarsi con le proprie mani, dai fagioli coltivati davanti alla capanna all'occasionale pesce catturato nel lago, con sporadici ritorni alla realtà cittadina, immerso in una natura fatta di boschi, di profumi, di rumori e di occasionali incontri.
Tutto questo è diventato un libro che ha necessitato di ben sette diverse stesure prima di essere pubblicato, perchè da semplice esperimento ha assunto sempre più importati caratteri politici e sociali: era una vera e propria scelta di "disobbedienza civile" verso gli ideali meracntilistici della sua epoca.
<<.... Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto......Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e metter poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.....>>.
<<.... Per quanto misera sia la vostra vita affrontatela e vivetela; non evitatela, nè insultatela. Essa non è cattiva come voi......Amate la vostra vita, per quanto povera essa sia!....Datemi la verità, invece che amore, danaro o fama. Sedetti a un atavola di cibo ricco, vino abbondante e servi ossequiosi, ma alla quale mancavano la sicerità e la verità; partii affamato da quel desco inospitale...>>.

Titolo: Walden ovvero vita nei boschi
Autore: Henry D. Thoreau
Anno: 1854
Edizione: BUR Classici Moderni 2006
Pagine: 410
Prezzo: Euro 9,20

lunedì 1 settembre 2008

L'articolo di Furio Colombo, il nuovo direttore de L'Unità e la situazione politica italiana

Riporto di seguito l'articolo di Furio Colombo scritto qualche giorno fa, che fa un po' il punto sulla situazione politica attuale (nazionale e internazionale) partendo dalla scelta del nuovo direttore de L'Unità; più lucido del solito e spietato soprattutto con questo siparietto politico nostrano degno dell'italietta più becera:

<<L’Unità
cambia. Uno non può sapere che cosa viene dopo, ma questa è la normale condizione umana. Sappiamo quello che è successo prima, lo abbiamo letto nell’editoriale di Padellaro e nel comunicato dell’Editore.

Molti diranno grazie a Padellaro (io lo faccio di cuore) con l’amicizia solidale di tutti questi anni, da l’Unità morta alla sua clamorosa rinascita e tenuta, unica nella storia dell’editoria, unico il lavoro che Padellaro, prima insieme, poi da solo (e con tutta la redazione, la più straordinaria che avremmo mai sognato di trovare in un giornale che era stato dichiarato finito) ha saputo fare. E noi - Padellaro e io - siamo fra coloro che danno il benvenuto e un augurio davvero sentito al nuovo direttore Concita De Gregorio.

A coloro che, amando o stimando questo giornale, si domandano che cosa sta succedendo e perché, cerco di offrire una interpretazione che a me sembra corretta della vicenda: sono due storie diverse. Una è l’arrivo di una nuova solida proprietà e l’arrivo, contestuale, della nuova direzione. Bene arrivata. L’altra è l’uscita di Antonio Padellaro, voluta come se fosse una necessità. Quale necessità? E motivata come? Qui c’è uno spazio vuoto. Il giornale non era in pericolo e non versa in cattive acque. La redazione è tutta al suo posto e lavora bene. C’è un grado di armonia e di solidarietà raro nei giornali italiani. Allora? Allora c’è tutto per far bene, passato, redazione, firme, rapporti internazionali. Abbiamo riaperto una storia che sembrava finita, abbiamo fatto diventare questo giornale un luogo piuttosto vivace.

Ripeto, i percorsi sono due, è bene non confonderli. Arriva un nuovo direttore e, garantisce il suo passato, farà bene. Ma quale è la ragione per cui è stato detto arrivederci e grazie al direttore che ha tenuto ben ferma in questi anni la rotta difficile e felice di questo giornale di opposizione? Non è rispettoso, e neppure ragionevole, immaginare che tutto ciò accada affinché il giornale non sia più di opposizione. E sarebbe altrettanto azzardato affermare che farà una opposizione diversa. Quante opposizioni ci sono?

Ma se qualcuna di queste ombre avesse anche una minima consistenza, come non nutrire il sospetto (vedete come è mite la parola) che alcuni di noi siano parte del problema, e non della soluzione del problema, se il problema è davvero l’opposizione?

C’è un’altra questione. Berlusconi e il suo potere mediatico totalitario sono sempre sul fondo di ogni questione italiana, specialmente se riguarda l’informazione. Però non è Berlusconi ad aver detto «grazie, Padellaro, va bene così». E anche «grazie, Unità, ma sempre la stessa musica ci ha stufato». Mi sembra più ragionevole pensare che tutto ciò sia nato nell’ambito del Partito Democratico. Si sentiva sfasato rispetto all’Unità (o, viceversa, «un giornale che non ci rappresenta»)? Se è così il problema che ha di fronte a sé il nuovo direttore non è facilissimo: fare una cosa che non è il Foglio, che non è il Riformista, che non è Europa, che non è l’Unità di adesso, e, ovviamente, non è né il manifestoLiberazione. Auguri, davvero.

Ma se è così, resta da spiegare tutto questo silenzio nell'ambito del Pd. Quale sarà stata la ragione, discrezione, cautela, segretezza, a consigliare di non dire una sola parola ad alcuno degli interessati, compresi quelli che, come me, sono lì a un passo, in Parlamento?

Come vedete, nessuna di queste questioni riguarda la persona cui tocca il nuovo mandato. Ma se questo fosse un giornale a fumetti, si vedrebbe un fumetto grande come una casa con un vistoso punto interrogativo sulla testa. Spiace non sapere dove indirizzare la domanda. Ma più ci si pensa e più sei costretto a inquadrarla dentro la storia del Pd (anche il Pd comincia ad avere una storia), non dell’editore.

Forse uno spunto di ottimismo potrebbe essere questo: finalmente il Pd comincia a prendere decisioni. Forse non è la prima decisione che dodici milioni di italiani che hanno votato centrosinistra si aspettavano, mandare a casa Padellaro, e con lui, fatalmente, qualche firma della Unità rinata, della serie rifondata dopo la fondazione di Gramsci. A questo punto non resta che vedere come la situazione si ambienterà con le altre decisioni del prossimo futuro. Qual è la linea del più grande partito di opposizione che più si armonizza con questo deliberato e netto gesto di «discontinuità» (per usare una delle parole chiave della politica. L’altra sarebbe, se Padellaro ed io parlassimo politichese, chiederci - come Chiamparino - «ma noi siamo una risorsa?»)?

Certo il momento è strano. Ti muovi in un paesaggio da fantascienza popolato di mutanti. A Milano il più importante simbolo istituzionale del Pd, il presidente della Provincia Penati, improvvisamente dichiara: «Con la Lega Nord è possibile fare un lavoro importante per Milano». E noi che pensavamo che la Lega Nord fosse impegnata soprattutto a sfrattare le Moschee e a proibire luoghi di preghiera per gli immigrati islamici. A Firenze la prima Festa Nazionale del Partito Democratico è dedicata a Bossi, Tremonti, Bondi, Fini, Matteoli, Frattini, Maroni. Praticamente tutto il governo che già domina tutte le televisioni. Prima di giudicare il senso politico c’è da domandarsi, in senso elementare e prepolitico: perché? Una Festa di partito costa, e costa ancora di più per un partito lontano dal potere e dai benefici del potere. Perché il nostro ospite d’onore deve essere Bossi, invece del giovane angolano picchiato a sangue da un branco di ragazzi italiani a Genova? Perché dobbiamo festeggiare Tremonti invece di ascoltare il macchinista delle Ferrovie dello Stato licenziato per avere fatto sapere che il treno Eurostar che stava manovrando, si è spezzato (e per fortuna non c’erano passeggeri)? Perché invitare Maroni invece di Xavian Santino Spinelli, il Rom italiano docente universitario, che rappresenta la sua gente (dunque anche la nostra: i Rom sono in buona parte italiani), ma rappresenta soprattutto i bambini forzati al trauma delle impronte digitali? Perché tutti in piedi per Frattini invece di accogliere cittadini osseti e georgiani, testimoni di una breve, sporca guerra di cui ancora sappiamo nulla, se non che uno dei protagonisti spietati, Putin, è il miglior amico di Berlusconi? Perché avere sul palco Matteoli invece dei lavoratori dell’Alitalia, che avrebbero dato voce alla paura del loro futuro, reso ormai quasi impossibile dalla falsa promessa (capitali italiani, forse anche capitali dei suoi figli) del candidato Berlusconi?
Ma la danza dei mutanti continua. Mi devo rendere conto che il maggiore partito di opposizione, di cui sono parte, produce tutto in casa, con una autonomia che sarebbe sorprendente se non fosse come un autobus che salta la fermata lasciando a terra la folla dei viaggiatori in attesa. Il più grande partito di opposizione produce da solo il dialogo, benché Berlusconi attraversi la scena pronunciando frasi altezzose e insultanti. Benché alzi ogni giorno il prezzo di un ambito contatto con lui. Il Pd produce da solo una cordiale collaborazione con la Lega, nonostante la caccia agli immigrati, il reato di clandestinità, le botte ai «negri», l’orina di maiale (iniziativa di Calderoli) sul terreno in cui si doveva costruire una Moschea, la proclamazione fatta da Borghezio - in occasione delle Olimpiadi - della superiorità della razza padana (parlava della nuotatrice Pellegrini come di una mucca). Invita e festeggia Bossi proprio quando lui dice (ripetendo con sempre maggiore frequenza la minaccia): «O si fa il federalismo come dico io o il popolo passerà alla maniere spicce».

Produce da solo una certa ostilità verso giudici, una denuncia quasi quotidiana del «giustizialismo» (sarebbero coloro che sostengono il diritto dei giudici di non essere insultati e di non essere costretti al silenzio). Dice Luciano Violante a La Stampa (22 agosto) che i magistrati «conducono una battaglia di solo potere». Sono gli stessi magistrati definiti «dementi» dal primo governo Berlusconi e «cloaca» dal presente titolare di Palazzo Chigi. Ma a quanto pare la volontà di dialogo supera questi dettagli. Si forma una cultura che trova normale lo «stato di emergenza» che ha indotto a far presidiare le strade delle città italiane dai soldati come se fossero in Pakistan, trova normale che Berlusconi si vanti di avere parlato 40 minuti con Putin senza far sapere al Paese o almeno al Parlamento una sola parola di quel suo dialogo (finalmente dialoga con qualcuno). E trova normale che - mentre scoppia la guerra in Georgia che potrebbe contrapporre Stati Uniti e Russia, Nato e impero di Putin (e di Sardegna)- il ministro degli Esteri resti in vacanza mentre i suoi colleghi europei si incontrano in una riunione di emergenza. O forse è stato un grande, scoperto favore all’amico Putin (dimostrare che la crisi non era così grave), tanto è vero che il ministro Frattini riferirà al Parlamento (Commissioni estere Camera e Senato) soltanto il 24 agosto, dopo avere partecipato alla Festa del Partito democratico come ospite d’onore. Si forma una cultura, abbiamo detto, fatta di buone maniere e di acquiescenza al governo, sia pubblico (Berlusconi) che privato (Mediaset).

Questo spiega la necessità che sia Enrico Mentana a intervistare Veltroni in un grande incontro finale a conclusione della Festa del Pd. E spiega l’annuncio di Lilli Gruber, deputata europea di primo piano e importante giornalista italiana: sarà Berlusconi a scrivere la prefazione del suo nuovo libro sulle donne dell’Islam. Chi altro? Con l’aria che tira è già una conquista democratica che quella prefazione non sia stata commissionata a Borghezio.
* * *
Mi ha colpito la notizia che alla Festa del Partito democratico di Firenze ci saranno collegamenti con la «Convention» del Partito Democratico americano di Denver. Spero che spiegheranno perché, a quella festosa assemblea di militanti politici di opposizione, non sia stato invitato e applaudito e festeggiato, per un bel dialogo, il vicepresidente Cheney, l’uomo delle false prove della guerra in Iraq. O qualche “neo-con” di rilievo, di quelli che amano Guantanamo e le maniere forti.

Qualcuno - spero - spiegherà che gli americani, nel loro Partito Democratico, sono un po’ più rozzi degli italiani: quando fanno opposizione, fanno opposizione. E quando vogliono essere eletti contro qualcuno che - secondo loro - ha fatto danno al Paese, prendono le distanze, dicono cose diverse, invitano e ascoltano le loro migliori voci, quelle più vibranti e appassionate, non quelle dei Repubblicani che intendono sconfiggere.

Inoltre sanno - ma forse anche questo è un segno della loro cultura elementare - che i loro leader non si fanno intervistare dai giornalisti della Fox Television, alcuni bravissimi ma tutti di destra. In tanti vanno alla convenzione democratica, scrittori, registi, celebrità delle grandi università e dello spettacolo. Ma sono tutti testardamente democratici. Vanno tutti per parlare di pace, non di guerra, di poveri, non di ricchi, di affamati del mondo e di crisi del pianeta, di bambini da salvare e di medicine salva-vita di cui bisogna abbattere i prezzi. Certo, l’America non è un Paese perfetto. Anche là ci sono tanti Giovanardi e tante Gelmini. Ma (a differenza di quanto avviene nell’altra festa del Pd italiano, quella di Modena) i democratici americani non li invitano. Saranno primitivi ma (se starà bene) vogliono Ted Kennedy. E se Ted Kennedy starà bene dirà tutto quello che pensa con l’irruenza che l’America democratica ammira da mezzo secolo, e che da noi si chiama «politica urlata» e irrita molto persino Ritanna Armeni, ma solo se è «politica urlata» di sinistra.

Ecco le ragioni del mio disorientamento nel Partito Democratico che ho contribuito a creare partecipando anche alle primarie («Sinistra per Veltroni») e nel quale adesso non so dove mettermi, perché ogni spazio è occupata da un ministro ombra che intrattiene la sua educata, amichevole conversazione col ministro-ministro. Ognuno di essi (i ministri-ministri) è occupato a prendere impronte, a presidiare le strade italiane con l’esercito, a insultare i giudici. Ma comunque appaiono come statisti mai smentiti e sempre in grado di incassare apprezzamenti (oltre che inviti alle nostre Feste) e di dire l’ultima parola in ogni radio e in ogni televisione. La descrizione perfetta è di Nadia Urbinati (la Repubblica, 20 agosto) «Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra, la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che sembra diventato naturale come l’aria che respiriamo. Come bambini siamo fatto oggetto della cura di chi ci amministra. E come bambini bene addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere. È come se, dopo anni di allenamento televisivo, siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che, in condizione di spontanea libertà, sarebbe semplicemente un insopportabile giogo».

Quanto sia esatto ciò che scrive Urbinati lo dimostra questa e-mail appena ricevuta: «Attento, alla sua età è pericoloso agitarsi. Ma comunque la sua perdita nessuno la noterebbe, insignificante comunista. Si spenga serenamente come giornalista e scribacchino. L’umanità e l’Unità le saranno grate eternamente».

Curiosamente la e-mail mi è giunta mentre una collega - che preparava un pezzo sul cambiamento in questo giornale -, mi chiedeva: «Ma temi la normalizzazione de l’Unità?». La mia risposta meravigliata è stata che a me questa Unità appare un giornale normale. Un normale, intransigente, preciso giornale di opposizione. La storia del suo e del nostro futuro è tutta qui, fra questa «normalità», la descrizione di Nadia Urbinati e la e-mail che ho trascritto e che offre una bella testimonianza del ferreo contenitore culturale in cui ci hanno indotti a vivere. Non resta che attendere il nuovo giornale.>>

Prologo a Infinite Jest

"Infinite Jest": un romanzo straordinario di David Foster Wallace.
Ho cercato almeno tre volte di leggere per intero questo capolavoro di più di 1000 pagine, ma purtroppo la complessità della trama, con al sua improvvisa variazione spazio/temporale e l'incrociarsi di infiniti personaggi, mi ha sempre fatto desistere.
Quindi una volta per tutte è giunto il momento di completare il miglior risultato letterario di questo autore americano, il cui talento lo si può benissimo assaggiare in "La scopa del sistema" e forse ancora di più nella serie di racconti "Oblio"; per farlo ho deciso di prendermi tutto l'autunno e l'inverno e con assoluta calma avanzare capitolo per capitolo, scrivendo un breve riassunto di ciascuno e, se necessario, un piccolo commento a margine, magari con la possibilità, a un certo punti, di poter stilare una genealogia della famiglia Incandenza e del loro interagire con il mondo.
In sostanza la storia si snoda in un futuro non molto lontano (dove si è cominciato a indicare gli anni con il nome del prodotto commerciale che li sponsorizza), in un'America caratterizzata dall'unione territoriale di Stati Uniti e Canada e sede dell'azione di gruppi terroristici separatisti, dove i residente della Ennet House, una casa di recupero per tossicodipendenti, e i giocatori/studenti della Enfield Tennis Academy vengono coinvolti nella spasmodica ricerca dell'unica copia esistente di un film (appunto Infinite Jest) la cui visione scatena una crisi di dipendenza tale da essere in grado di annullare qualsiasi tipo di desiderio che non sia quello di rimanere per sempre fermo ad ammirare le immagini che scorrono sullo schermo.
Quindi buondivertimento a me!

Titolo: Infinite Jest
Anno: 1996
Edizione: Fandango libri, 2000, traduzione di Edoardo Nesi.
Pagine: 1434 (1307 di libro, 127 di note ed errata corrige)
Prezzo: Euro 25