In questi giorni tutti parlano della "questione banche", riferendosi al decreto " salva banche" approvato dal governo il 22 novembre con cui sono state salvate dal fallimento quattro piccole banche locali che da anni erano in difficoltà: Banca dell'Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti.
Praticamente ovunque si parla di enorme conflitto di interesse e di manovra scorretta del governo per salvare i pochi noti parenti a scapito dei comuni risparmiatori.
Le cose che realmente si sanno dovrebbero, forse, portare a fare qualche considerazione capace di spingersi un po' più in là del facile "piove governo ladro".
L'opera di salvataggio è avvenuta secondo le nuove regole europee basate sulla direttiva del luglio 2014 del Consiglio dell'Unione Europea e del Parlamento Europeo detta BRRD (Bank Recovery and Resolution Direttive).
La direttiva introduce il cosiddetto bail in, ovvero un sistema che prevede di salvare una banca utilizzando i soldi degli investitori invece che quelli dello stato (pratica utilizzata in passato e detta bail out).
Tale pratica dovrebbe portare a scorporare le banche da salvare in good bank (contenenti le parti sane delle vecchie banche, come filiali, dipendenti e debiti riscossibili) e bad bank (cioè scatole vuote che contengono solo i debiti ineleggibili); per fare questo sono necessari molti soldi che vengono presi in parte dal " Fondo di Risoluzione" (una specie di assicurazione tra banche) e in parte azzerando il valore delle azioni delle banche e delle obbligazioni subordinate (uno strumento finanziario offerto dalle banche molto redditizio ma anche molto rischioso).
Il risultato finale di questa operazione dovrebbe essere far pagare il fallimento di una banca agli azionisti e a chi ha investito i propri soldi in operazioni bancarie rischiose (il senso dovrebbe essere: se portate la vostra banca all'orlo del collasso sarete voi a rimetterci) salvaguardando dipendenti, normali correntisti, piccole e medie imprese che hanno chiesto un prestito o chi ha investito in prodotti finanziari più sicuri (ad esempio il titoli di stato) e che rappresentato la stragrande maggioranza dei "clienti".
Se l'idea di base della manovra è quindi ridurre al minimo i danni salvaguardando chi non ha speculato sulla banca, personalmente non ci trovo nulla di strano e soprattutto di criticabile.
Nel caso poi in cui gli investitori spericolati siano del parere di essere stati truffati dalla Banca è giusto che procedano per vie legali, come mi sembra stia già accadendo in questi giorni.
E questo è un fatto.
Dire con la stessa certezza che vi è stato in questa manovra un conflitto di interessi che non si era visto nemmeno in epoca berlusconiana mi sembra invece fuori luogo.
Fuori luogo perché al momento non sono disponibili elementi che evidenzino " favoritismi" nei confronti dei familiari della ministra Boschi che hanno in qualche modo a che fare con Banca dell'Etruria: anzi il fatto in questo caso è che il padre ha ricevuto una multa di 144 mila euro da Banca d'Italia per aver violato una serie di norme sulla trasparenza dell'attività finanziaria della banca ed è stato estromesso dal CDA proprio dall'attuale governo.
Questo non toglie però il fatto che la ministra Boschi debba fornire più chiarimenti sulla vicenda di quanto fino ad ora abbia fatto perché, come dice bene Luca Sofri nel suo post su Wittgenstein, si è sempre al di sotto di ogni sospetto se si è al governo e si è sempre in debito di spiegazioni, non di indignazioni
E questo mi sembra il secondo e ultimo fatto.
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